She-Cession

29 Novembre 2020

E’ un nuovo termine anglosassone per indicare l’attuale recessione economica femminile.

I dati Istat dicono che rispetto al 2019 se il tasso di occupazione maschile ha perso 0,7 punti, quello femminile è al di sotto dell’1,3%.

 

Il risultato è dato dalla combinazione di due fenomeni: l’ambito dove le donne lavorano e i contratti.

 

Le donne lavorano più che altro nel macrosettore dei servizi, il più colpito dalla crisi: turismo, pubblici esercizi, fiere.

 

Le donne hanno più spesso contratti a termine e visto anche il blocco dei licenziamenti, questi sono stati i primi a non essere rinnovati.

 

Questo avviene in tutto il mondo, ma in Italia la situazione diventa più complicata per le donne, perché abbiamo il tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa e i carichi di lavoro domestico durante il lockdown non sono ancora suddivisi in modo equo.

 

La crisi dovuta alla pandemia ha spinto le donne a tornare a casa e a lavorare di più, spesso non pagate.

 

Paola Profeta, un’economista della Bocconi ha condotto un monitoraggio su un campione

di donne rappresentativo durante il primo lockdown e i dati raccolti hanno dimostrato che

il 68% delle donne lavoratrici ha dedicato più tempo al lavoro domestico, il 29% lo stesso tempo e soltanto il 3% un tempo minore del solito.

 

Un aspetto che la politica non può più sottovalutare è l’investimento sui servizi per le famiglie, a partire ad esempio dagli asili nido, per favorire la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

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