Viaggio nella leadership:
dal desiderio alla leadership

28 Marzo 2022

Care compagne di viaggio, nel corso della nostra ultima tappa ci eravamo fermate nel punto più alto della nostra esplorazione: sua maestà “il desiderio”, che in questo viaggio alla ricerca della leadership è il punto di contatto più importante e profondo, ma anche quello più nascosto e difficile da trovare, guardare e ascoltare.

 

Ci eravamo dette che ascoltare il nostro IO desiderante attiva le energie più profonde e autentiche che possiamo esprimere, ma avevamo anche alzato l’attenzione sulla necessità di proteggere e preservare il nostro progetto di leadership dai rischi più frequenti, primo fra tutti quello di interpretare un atteggiamento femminile “autodeterminato” come inopportuno, o inadatto a noi donne.

 

Un altro rischio, altrettanto infido e diffuso, è quello del conformismo. E già perché se abbiamo una certezza in tema di leadership, è che questa, per sua natura, ha bisogno di autenticità per esprimersi e guidare chi ci circonda verso una visione personale, che ognuna di noi esprime in modo unico, riempiendo di significato il proprio progetto e attirando l’energia di chi ci circonda.

 

Oggi parliamo di un’altra amica essenziale a trasformare il desiderio in leadership: si tratta di quelle amiche non necessariamente simpatiche ma sempre vigili, poco propense a distrarsi, quelle che tirano dritte, chiunque ci sia intorno: entra in scena la focalizzazione.

 

Eh già, perché il rischio che tutte noi, “ragazze multitask”, corriamo ogni giorno, è quello di disperderci in attività, impegni, richieste finalizzate a costruire un progetto in cui non ci riconosciamo, ma che succhia tutte le nostre energie!

 

Il periodo in cui scrivo è quello in cui in genere si avviano ambiziosi programmi di remise en forme. Tuttavia il primo esercizio che ognuno di noi dovrebbe fare, con urgenza, è quello di disegnare con precisione la nostra sfera di influenza e quindi in quali attività ha senso investire le nostre energie (che non sono infinite!) e quali invece sono indipendenti dal nostro controllo!

 

Attenzione amiche multitask, perché tutte noi tendiamo a fare molto, molto di più del necessario, perché pensiamo che essere multitask sia un valore, perché ci perdiamo nel mito del perfezionismo ideale, perché cerchiamo un consenso esterno non necessario, ma tutto questo è nemico del nostro progetto di leadership.

 

Identificare le nostre zone di influenza significa capire in quali aspetti della realtà che ci circonda possiamo intervenire costruttivamente e ottenere dei risultati. Il passo successivo è quello di impegnarsi proattivamente per direzionare e concentrare le nostre energie e azioni.

 

Se ci riusciamo si vede, perché i nostri comportamenti passano dall’essere reattivi all’essere proattivi.

 

Le persone reattive sono quelle spinte da circostanze e situazioni contingenti, quelle proattive affrontano gli eventi in funzione del progetto personale, decidendo di non investire energie in quelle situazioni in cui non è possibile o interessante esercitare la propria influenza.

 

Sentiremo spesso i reattivi dire “non sono in gradi di..”, ”mi sento obbligato a ..”, “Lo posso fare solo se …il capo, ..l’azienda, ..la cultura, ..la società..”, e la sensazione è quella di incapacità, impotenza, perdita di direzione.

 

Al contrario la proattività nasce dalla certezza che sia la responsabilità a guidare l’azione, dalla capacità di investire le proprie energie verso un obiettivo che si è scelto e dalla capacità di gestire le possibili difficoltà che possono sorgere durante il raggiungimento.

 

Non è facile creare un rapporto causa/effetto tra la sfera del desiderio e quella della realizzazione, ma è un percorso di consapevolezza necessario a raggiungere quel mix tra energia, direzione e persistenza. La convinzione di contare, cioè di poter incidere nel corso degli eventi, è il motore delle principali realizzazioni umane. Per farlo la definizione del “campo di gioco” è condizione preliminare… e necessaria!

 

Un altro passaggio necessario per trasformare il desiderio, o la visione in leadership è quella di definire obiettivi concreti per raggiungerlo. L’obiettivo è una dichiarazione scritta che dà forma, chiarezza e confini di praticabilità alla visione. Proviamo a fare un esempio: se il desiderio fosse quello di realizzare un progetto professionale che abbia una dimensione etica oltre che economica, l’obiettivo potrebbe essere quello di cercare informazioni su quali mercati/aziende e in quali ruoli il business si avvicina alla dimensione più sociale ed etica.

 

Gli obiettivi, che consiglio di scrivere, ci permettono di avere una rotta consapevole e di non perdere la direzione della nostra visione. Come ogni viaggio che si rispetti, la rotta può cambiare, a seconda degli eventi che la realtà ci propone, ma rappresenta comunque un’àncora necessaria per non fare compromessi insostenibili, deragliando verso progetti che non ci rappresentano.

 

Tutto quella che stiamo scoprendo non è semplice da praticare. La società in cui viviamo ci propone modelli di leadership associati a valori di virilità, decisionismo e aggressività, mentre a noi viene richiesto di essere sempre gentili e altruiste. Quando diventiamo assertive o troppo indipendenti siamo troppo spesso svalutate nella nostra femminilità o rispetto alla nostra adeguatezza al ruolo.

 

Come uscirne?

 

La strada è ormai chiara, chiamiamo il nostro IO desiderante, diamogli voce e direzione, proteggiamolo dalle aspettative o dalle pressioni ad essere diverso, e poi costruiamo una rotta per dare concretezza al progetto: questa è la sola strada per esprimere una leadership personale, autentica, e quindi autorevole!

 

 

Donatella  Colantoni ha un’esperienza più che ventennale nella gestione delle persone sviluppata in multinazionali di cui Fox Networks è stata la più rilevante È consulente in ambito di leadership e organizzazione, coach, mamma e appassionata di viaggi e teatro.

Le tappe precedenti sono state:

L’immagine di apertura è “Artemide” di Leo e Diane Dillon.

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