L’utilizzo delle lenti di genere
nel processo creativo
– di Domizia De Rosa e Maria Grazia Li Bergoli

28 Aprile 2022

Cogliendo lo spunto della Masterclass che abbiamo tenuto in occasione del progetto Z-Pitch Contest del quale parliamo nella newsletter e QUI, vogliamo condividere alcune riflessioni sul valore creativo che le lenti di genere possono avere.

 

In occasione della nostra lezione, abbiamo usato il singolare, lente di genere, per focalizzare l’attenzione dei/lle presenti sulle presenze femminili nelle loro storie, in termini di quantità e di qualità.

 

In questo articolo passiamo invece al plurale, lenti di genere, per sottolineare la necessità di lenti plurime quando si parla dell’insieme delle realtà sotto rappresentate. Non a caso la prole del Bechdel Test è numerosa e continua a crescere.

 

Per chi fosse stato in lockdown su Marte in questi ultimi anni, ricordiamo che il test di Bechdel deve il suo nome alla fumettista statunitense Alison Bechdel e alle ‘famigerate’ pagine raccolte in Dykes to Watch Out For che hanno offerto per la prima volta  tre semplici criteri per capire se un film include personaggi femminili con un minimo di ragione narrativa per essere sullo schermo a parte quella di essere un eye-pleaser.

 

Le domande da farsi (e non solo in caso di un film) sono: nella storia ci sono almeno due donne con un nome proprio? Queste donne parlano per più di 60′? E l’argomento di cui parlano riguarda qualsiasi entità o cosa che non sia un uomo (famiglia, amante, capo, collega, etc.)?

 

Con tre sì si vincono due personaggi credibili e magari una storia meno superficiale.

 

Queste domande, semplici e innocenti come quelle di una bimba che non abbia paraocchi androcentrici, continuano a riverberare attraverso tutte le comunità e a filiare versioni sempre più articolate di test che vogliono misurare la presenza e la rappresentazione LGBTQ+, Black, Asian, Latin, Indigenous e poi ancora Brown, Middle Eastern, Asian Pacific e poi ancora altro e con tutte le intersezioni possibili di genere, orientamento, censo, religione, abilità.

 

Le onde concentriche attivate dal sommarsi di tutte le domande poste da questi test e dalle comunità creative alle loro spalle hanno spinto l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences a stabilire che dal 2024 un film per essere candidabile deve rispondere ad almeno due requisiti su quattro di inclusione e diversità.

 

Ad esempio: almeno uno dei ruoli principali deve essere affidato ad un attore / attrice di un gruppo etnico sotto rappresentato o almeno il 30% di tutto il cast secondario e minore deve appartenere ad un gruppo sotto rappresentato (donne, etnia, LGBTQ+, persone con disabilità).

 

Ovviamente mani nei capelli per chi si sente un/a purista della libertà artistica e previsioni funeree di esclusioni di capolavori futuri. Di questo ne parleremo quando accadrà. Qui badiamo al buon senso e ci interessa altro. Ci interessa la funzione che questi test possono assumere prima, nella fase della creazione artistica e delle prime revisioni.

 

Esaminare il proprio testo con un tool quantitativo come può essere ad esempio quello tutto italiano di Amleta, del quale vi abbiamo già parlato QUI, facilita infatti il porsi domande qualitative.

 

Ad esempio: la mia personaggia è una tipa supertosta ultramotivata che fa cose inaspettate, ma ops! ecco che grazie ad un test mi accorgo che non ha amiche con cui parlare di scienze forensi e che interagisce solo con persone ultraconformi. E’ un problema? Dipenderà dalla coerenza narrativa e dalla struttura verosimigliante o meno del mondo che sto rappresentando o costruendo. Se la mia personaggia è una nazista bianca dell’Illinois, potrebbe essere normale che non conosca che propri simili non specializzati nel diritto del lavoro. Se la mia personaggia studia Diritto in una qualsiasi università contemporanea o futura, beh, invece sì, dobbiamo ammettere che c’è un problema e che sia il caso di arricchire il suo mondo.

 

I test quantitativi ci aiutano a porci domande qualitative sulla natura della nostra creatività.

 

Quanta parte di quello che stiamo immaginando, strutturando, costruendo è un automatismo, una scorciatoia fra stereotipi, archetipi e modelli e quanto invece è stato pensato a fondo e non solo appartiene a noi, ma soprattutto appartiene alla storia che vogliamo narrare?

 

Gli strumenti non vanno demonizzati, bensì utilizzati e posti alla prova. Se sono utili, li teniamo. Se fanno qualcosa che non ci aspettiamo ma che torna utile, li teniamo. Se ci impediscono di creare, prima di metterli da parte, chiediamoci come e perchè ci sono di impedimento. Specie se ci mettono a disagio.

 

Per evitare di dover inventare poi per la nostra nazista di campagna una sorella gemella sceriffa che fu dimenticata nella nursery da genitori in fuga con il rischio giustificato di grande incredulità, chiediamoci prima se la nostra personaggia abbia madre, padre, famiglia oppure se sia nata per partenogenesi.

 

Mettiamoci a disagio prima per aver agio dopo di far fiorire i nostri germogli creativi. La conformità si nutre delle domande ignorate.

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