Protagoniste:
Mia Benedetta

28 Febbraio 2022

Nella sua veste di membro del Direttivo di Unita, l’attrice Mia Benedetta ha puntato il dito sul tema dell’age gender gap nell’appuntamento romano di Visionarie.

 

Approfondiamo il tema e conosciamo meglio Benedetta in questa conversazione che ci spinge ad accorgerci di una invisibilità che è sotto i nostri occhi da decenni.

 

 

Ciao Mia, come nasce il tuo impegno in Unita  (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)?

 

Ho partecipato alle prime riunioni di Unita qualche anno fa, quando ancora si chiamava ‘l’attore visibile’.

 

Eravamo agli albori, un mucchietto di attori e di attrici che si era messo in testa di proteggere la nostra categoria, unica in Europa, ancora senza contratto collettivo nazionale di lavoro nell’audiovisivo.

 

Oggi siamo un’associazione di categoria, ben strutturata, che rappresenta circa 1400 attori, con a capo un Direttivo di undici persone, democraticamente elette dagli associati che, in maniera gratuita, si occupa di tutelare i suoi rappresentati.

 

Un esempio? Finalmente la trattativa per il CCNL nell’audiovisivo per gli attori si è aperta, e non era per niente scontato che accadesse.

 

UNITA sta dando e darà il suo  importante contributo.

 

 

Quando e come nasce la tua sensibilità ai temi di genere? E quali sono i temi prioritari per il tuo gruppo di lavoro in UNITA?

 

Mi chiamo Mia, ricordate negli anni settanta il famoso slogan femminista ‘Io sono mia’?

 

La mia battaglia per la parità di genere inizia da lontano, sono cresciuta con una madre indipendente e forte di certi valori, che mi ha da sensibilizzato al tema.

 

Dentro Unita ci dividiamo i temi e i compiti da affrontare. Sulla parità di genere la nostra capofila è la collega Maria Pia Calzone che da qualche mese fa anche parte dell’Osservatorio sulla parità di genere voluto dal Ministero della Cultura, accanto a lei ci siamo io e Francesca Romana De Martini che sta elaborando uno studio prezioso sul tema gender gap riguardo ai film candidati al David di Donatello di quest’anno.

 

I temi che osserviamo e denunciamo sono diversi, dalla scarsa presenza delle attrici nei cast e in cartellone fino alla discriminazione di genere sui luoghi di lavoro. Senza fanatismi notiamo quello che succede nelle nostre fiction e nei film e ci confrontiamo anche con dati esteri.

 

Uno dei temi che abbiamo affrontato è l’age gender gap, ovvero a dire che la discriminazione di genere è ancora più evidente per le donne sopra una certa  età.

 

Cito la Costituzione, l’articolo 3 è calzante:

 

Art. 3. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

 

Teresa Mattei, una delle nostre madri costituenti dichiarò questo:

 

Però c’è un’altra cosa nell’articolo 3 che non abbiamo visto allora e che invece ripensandoci avrei voluto aggiungere. Abbiamo dimenticato di dire l’età. ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza differenza di età’”.

 

Il problema è serio:

 

al cinema, le attrici non invecchiano, spariscono dallo schermo, lo rivelano sia le cifre del CNC (Centro Nazionale del Cinema e dell’Immagine) per la Francia, così come studi fatti in altri paesi, e  l’Italia non è da meno, anzi.

 

Non c’è alcuna parità uomo – donna nella nostra produzione audiovisiva né per le attrici né per le registe.

 

Purtroppo sul dato delle interpreti in  Italia non ci sono studi scientifici accurati al riguardo, noi nel nostro  piccolo stiamo producendo una ricerca confrontando tutti i cast principali delle fiction nazionali (Rai, Mediaset e Netflix) e dei film co-prodotti da Rai Cinema nel 2020/21.

 

Se nel cinema francese la presenza delle attrici nella fascia 45/60 anni è al 31%, in Italia si scivola molto più giù. La presenza di donne in questa fascia di età è infatti circa la metà, e questo dato è basato solo sui ruoli  principali, ma se apriamo la platea ai cast completi ahimè  la percentuale è davvero molto  più bassa.

 

Compiuti i trent’anni i ruoli si assottigliano e man mano che invecchiano le attrici girano sempre di meno.

 

Dopo i cinquant’anni le donne, a differenza dei loro partner maschili, sembrano avere solo un’alternativa per lavorare: essere giovani o restare giovani.

 

E’ assurdo ed è culturalmente molto grave: non dobbiamo dimenticarci che il cinema e la TV hanno un ruolo e una responsabilità importante nel combattere gli stereotipi sessisti legati alle donne, trasmettono dei valori, propongono dei modelli, influenzano la nostra percezione del mondo, costruiscono il nostro inconscio collettivo.

 

Cosa ci racconta una società che elimina le donne nel pieno della loro maturità? Quale modello offre alle giovani generazioni? Qual è il messaggio che passa?

 

Che le donne hanno un valore solo quando sono giovani e possibilmente sessualmente  desiderabili. Di contro le donne che hanno più di 50 anni scompaiono dall’immaginario collettivo, non esistono nella società, non hanno un volto.

 

E chi non è rappresentato, non esiste.

 

Rendere visibile la loro immagine, renderle visibili deve diventare una sfida per la nostra  società. Mettere in discussione la rappresentazione delle donne over 50 nelle fiction e nei film è anche mettere in discussione i rapporti di dominio tra uomini e donne.

 

Sono i meccanismi di dominio che vanno scardinati.

 

Per far evolvere la società, bisogna cambiarne lo sguardo. Per cambiare lo sguardo, cambiamone la rappresentazione.

 

Il gap di genere che riguarda le over 50enni è il risultato di una rappresentazione delle figure femminili che è ancora troppo legata agli stereotipi: le donne sono rappresentate soprattutto nella classica polarità oggetto / seduttrice, oppure nel ruolo tradizionale di moglie e angelo del focolare e come terza opzione come soggetto debole bisognoso di protezione ovvero di vittima.

 

La rappresentazione della donna come professionista affermata o come personaggio che non sia una derivazione dei personaggi maschili è molto rara nelle nostre produzioni.

 

 

Da dove iniziare per una rappresentazione inclusiva?

 

Un’analisi il più possibile accurata della rappresentazione della donna deve tenere in debito conto l’uso da parte di sceneggiatori e autori televisivi degli stereotipi di genere e la loro gestione all’interno del contesto narrativo.

 

Gli stereotipi possono essere considerati delle scorciatoie cognitive utilizzate per orientarsi nel mondo complesso che ci circonda, schemi prestabiliti dall’uso e dai rapporti di potere che spesso possono diventare, se non controllati, l’anticamera di forme di discriminazione. Una corretta rappresentazione della donna dovrebbe tendere a narrazioni il più possibile prive di stereotipi.

 

Del resto la Convenzione fra il Ministero dello Sviluppo Economico e la RAI per la concessione per il servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale all’articolo 3 indica come obbligo del servizio pubblico “la promozione e la valorizzazione di una rappresentazione non stereotipata della figura femminile, nel rispetto della dignità culturale e professionale delle donne”.

 

È importante e dirimente evitare che gli stereotipi siano veicolati dalla  TV e dal cinema.

 

 

Quali azioni potrebbero contribuire a stimolare gli autori, i produttori e i committenti ad una narrazione più inclusiva anche dal punto di vista dell’età?

 

La proposta di UNITA è che ci sia un incentivo premiale a quei progetti cinematografici o televisivo che tengano conto nel loro contenuto di una percentuale maggiore di presenza femminile all’interno sia nei ruoli di scrittura, di regia e soprattutto di cast.

 

Un canale privato o una piattaforma difficilmente lo applicherà, ma un film che spesso è finanziato anche con un fondo ministeriale, o una fiction delle reti Rai nazionali, dovrebbe rispettare il più possibile questi requisiti. Gli sceneggiatori, il produttore, saranno incentivati a perseguire le, chiamiamole, linee guida per la parità di genere, in vista di un punteggio più alto per ottenere un finanziamento.

 

I dati 2016/2017 della ricerca dell’Istituto Isimm, realizzato in collaborazione con il DAMS, l’Università di Roma3 e l’Università della Tuscia, dal titolo Il monitoraggio sulla rappresentazione femminile nelle programmazione RAI, rivelano che:

 

-Nelle fiction Rai le figure femminili sono rappresentate per il 38,77% come aventi un ruolo nella famiglia (226 personaggi su 583) e solo per il 25%  (146 personaggi) per capacità professionali,  ancora meno per posizione di potere 1%.

-Per il 50% le figure femminili della fiction sono raccontate intorno ad argomenti della sfera privata.

-Nel cinema trasmesso dalla Rai è il 32% di personaggi femminili che hanno un ruolo nella famiglia e il 17% per le capacità professionali.

-Per il 53% le figure femminili del cinema trasmesso in Rai sono raccontate intorno ad argomenti della sfera privata.

 

Abbiamo già proposto al ministero un meccanismo di premialità così come succede per tutte quelle rivoluzioni che sono prima di tutto culturali e poi industriali, ad esempio il fumo o l’energia green, anche se siamo consapevoli che nessun meccanismo funziona senza punizioni.

 

E già così ci è stata riferita una riluttanza del sistema industriale che si trincera dietro la libertà artistica.

 

 

Grazie, Mia! Attendiamo allora di leggere le vostre ricerche per metterle insieme al centro della conversazione e promuovere azioni positive contro le discriminazioni di genere e in particolar modo di età.

 

A proposito di Mia Benedetta…

…come attrice ha lavorato con Mario Monicelli, Davide Ferrario, Dario Argento, Emidio Greco, Pupi Avati, Paolo Genovese, Riccardo Milani, Giuseppe Gagliardi, i Manetti Bros  e tanti altri per il cinema, la televisione e il teatro.
…con Francesca Comencini ha firmato come co-sceneggiatrice lo spettacolo “Tante Facce nella Memoria”. 
…per Sky Atlantic ha firmato la regia del documentario “Bambini Mai”.
…ha esposto come fotografa presso la storica galleria STstudio.

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