Medusa e lo sguardo maschile:
non ti guarderà nessun uomo
– di Manuela Pincitore

28 Giugno 2022

“Chi bella vuole apparire, un poco deve soffrire”

“Se ti vesti così non troverai mai un fidanzato”.

“Hai visto come ti ha guardato quello?”

“Sei carina ma se ti truccassi un po’ saresti più appetibile”.

“Se io avessi le tue tette, sai come le userei??”

“Hai un colloquio? Se è un uomo, mi raccomando, mostra ciò che hai, sorridi e batti le ciglia”.

“Sei una bellissima ragazza, come mai sei single?”

“Devi essere più seducente se vuoi tenerti un uomo”.

 

Molte donne che appartengono alla mia generazione sono cresciute con l’ansia di dover piacere e di assecondare una qualunque figura di genere maschile: sii educata e accondiscendente, sorridi, parla solo se interrogata, sii sempre equilibrata, non alzare la voce, non lasciare che gli ormoni guidino le tue emozioni, sii rassicurante, ridi alle sue battute e fagli capire quanto lo apprezzi.

 

Molte donne sono state educate a questo, ad essere guardate per essere scelte. A rispecchiare un modello femminile costruito dagli uomini a loro gusto. A esistere quasi esclusivamente in funzione di uno sguardo maschile che le osserva, le giudica, le desidera o le rifiuta.

 

É quel male gaze di cui spesso si discute perché è quello che anche alcune professioniste del mondo dello spettacolo, registe di indubbia capacità, hanno imparato a restituire, sostituendolo al proprio. 

 

Ce ne accorgiamo quando le inquadrature concedono il primo piano dell’attrice solo il suo naso è abbastanza proporzionato, quando indugiano sul seno nudo – in una scena non per forza di sesso – anche se il pubblico di riferimento è per lo più femminile (e, per comodità, eterosessuale), quando mostrano il viso di una donna trasfigurato dal piacere che solo un uomo può regalarle. 

 

Occhi maschili puntati sul corpo femminile, in TV, sui manifesti pubblicitari, sulle copertine di alcune riviste, su tutto ciò che è comunicazione e, quindi, cultura.

 

Nella ricerca di storie, è importante uscire da questi soliti pattern per trovare l’originalità nei personaggi e nelle loro scelte. Eppure, il racconto si basa su schemi antichi tramandati attraverso le favole (e torneremo anche su questo…) e attraverso i Miti. 

 

Miti che, seppur elementi strutturali dell’inconscio collettivo, hanno bisogno, oggi, di una rilettura che li immerga nel Qui e Ora.

 

Penso, per esempio, al mito di Medusa, che con lo sguardo ha molto a che fare.

 

Medusa, bellissima ragazza, viene trasformata in mostro perché colpevole di essere stata violentata da Poseidone, che se ne era invaghito. 

 

Punita con la negazione dello sguardo altrui, di quello dei “naviganti”, degli uomini che avrebbero dovuto affrontarla: chiunque avesse incrociato i bellissimi occhi di Medusa sarebbe rimasto impietrito. 

 

Medusa non esiste più perché nessuno può guardarla. E  sarà uccisa, poi, da un semi-dio che mostra fiero la sua testa mozzata.

 

Chi la trasforma in un mostro, per punirla? Una donna, Atena –  la stessa dea venerata da Medusa –   che si è sentita oltraggiata perché sfidata e vinta sul piano della Bellezza. 

 

In pochi elementi abbiamo normalizzato la violenza sessuale, la colpevolezza della donna bella e seducente, la minaccia dello sguardo femminile che pietrifica, la rivalità tra donne, il femminicidio anche orgogliosamente esposto, la morte della donna come elemento perversamente attrattivo.

 

Secondo lo studioso Mircea Eliade, l’uomo moderno disprezza tutto ciò che è Mito, Immagine, Simbolo, eppure “ciò non gli impedirà di continuare a nutrirsi di miti decaduti e di immagini degradate”.

Mi chiedo, allora, se i Miti stessi non siano decaduti. Se utilizzarli come paradigmi narrativi non necessiti, prima, di quella rilettura che io auspico.

 

Se Atena – dea ma, soprattutto, donna – avesse punito Poseidone invece di Medusa? Se un semidio fosse stato inviato contro il violentatore, non contro la violentata? Se gli uomini avessero, invece, avuto il coraggio di incrociare lo sguardo di Medusa per scoprire che non era un mostro? Come sarebbe cambiata la Storia, il Simbolo, l’interpretazione filosofica e sociale di quelle relazioni?

 

Inserisco un consiglio di lettura, che rivede il mito di Medusa e lo trasforma in un simbolo di lotta femminile per la riappropriazione del proprio corpo e del proprio sguardo. Il riso di Medusa è un saggio del 1975, scritto da Hélène Cixous, e ci parla di una ragazza che ride perché non è lei il mostro, e che felicemente muove i suoi occhi sul mondo, con il diritto di scegliere cosa guardare.

 

Prima di lei, nel 1800, qualcun altro aveva visto e capito la natura di Medusa, e l’aveva rappresentata, sotto forma di componimento poetico, con uno sguardo nuovo, che annullava la mostruosità della donna, liberandola dalla possessività dello sguardo maschile, e condannava la tirannia e il patriarcato di cui il suo carnefice era simbolico portatore. Medusa  diventava così la bellissima incarnazione di liberazione e grazia. E quel qualcuno non era una donna. 

 

Era il poeta romantico Percy Bysshe Shelley, un uomo.  

 

 

Per conoscere meglio e contattare Manuela Pincitore: LinkedIn

#storiescanshapetheworld

Manuela Pincitore è Story Editor e Creative Producer per lo sviluppo di Film e Serie Tv. Come Story Finder cerca con curiosità storie che si facciano raccontare da nuove angolazioni e rappresentino la molteplicità del mondo. Rispetta i Personaggi e, soprattutto, i loro conflitti, i bivi, le scelte, i successi e le delusioni, le prove che sono tenuti ad affrontare e che condividono, con generosità e coinvolgimento emotivo, con lo spettatore che vorrà ascoltarli.

Nella foto rappresenta la statua Medusa con la testa di Perseo, realizzata per ribaltare il mito greco e diventata, poi, simbolo del movimento #MeToo. Si trova a Manhattan ed è dello scultore italoargentino Luciano Garbati.

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