A tutto schermo –
Madame Claude
un’icona femminista?

28 Aprile 2021

Sembra un paradosso l’idea che Madame Claude (1923-2015), probabilmente la maîtresse più famosa del mondo, la cui vita rocambolesca torna alla ribalta grazie a un film disponibile dal 2 aprile su Netflix, possa essere considerata un’icona femminista, vero?

 

Per la regista e sceneggiatrice Sylvie Verheyde, Madame Claude è una donna vincente in un’epoca che non permetteva alle donne di avere un conto in banca senza il consenso del marito e nei racconti della mamma della regista era vista come un simbolo di successo.

 

La storia è quella della maîtresse nel cui bordello parigino passavano politici locali e internazionali, futuri presidenti, ministri, diplomatici. star francesi e hollywoodiane e nientedimeno che Marlon Brando, che nel film viene mostrato di spalle con un cappotto cammello a suggerirci che gli anni sono quelli di Ultimo tango a Parigi.

 

È abbastanza provocatorio scegliere una maîtresse come esempio, tuttavia non c’erano molte donne capaci di muoversi come lei. Ha vissuto in modo stupefacente in un mondo governato da uomini, ma la provocazione ovviamente viene smentita nel film.

 

In realtà Madame Claude si chiamava Fernande Grudet, era nata nel 1923 da una famiglia povera e sognava una vita migliore di quella dei suoi genitori che vendevano panini in un chiosco davanti alla stazione. Da giovanissima si inventò un passato borghese presentandosi agli altri come una ragazza benestante con una famiglia importante alle spalle. Una volta arrivata a Parigi sfruttò il suo talento di affabulatrice per costruire il suo piccolo grande impero basato sulla prostituzione e la mercificazione del corpo femminile.

 

Il fatto è che davvero Madame Claude ebbe, per circa un decennio, in mano il suo Paese. Il film ce la racconta a cavallo tra la massima ascesa e la caduta.

 

La sua idea può riassumersi in poche battute che recita Karole Rocher, che la interpreta, all’inizio del film: “Noi donne dobbiamo fare del nostro corpo un’arma e un’armatura per non dover subire mai più”.

 

Il film ricostruisce in modo impeccabile i piccoli hotel degli anni ’60, i caffè in cui incontrare il potente di turno, gli appartamenti della Francia che conta. Le ‘ragazze di Claude’ erano famose per la loro bellezza e raffinatezza, per la capacità di immergersi nei circoli più elitari senza che nessuno sospettasse perché fossero lì.

 

La specialità di Madame Claude era prendere ragazze sconosciute e trasformarle.

 

La lista di clienti comprendeva re, presidenti, artisti, ministri, ambasciatori, industriali.

 

Le cose, a volte, potevano anche finire male. Come quando una ragazza le sparò contro un colpo di pistola, lasciando il proiettile incastrato in una delle sue voluminose spalline. E poi c’è il coinvolgimento con i servizi segreti, la sua parte preferita, con le ragazze che diventano informatrici della CIA.

La fine degli anni ’70 e il tentativo del governo francese di perseguirla per evasione fiscale, la porteranno poi a Los Angeles, sotto falso nome. Di nuovo al centro delle cronache, ma non più quella di un tempo. Infine il rientro in Francia, quattro mesi in prigione e gli ultimi anni a Nizza dove muore a 92 anni.

 

Nel film ci sono molti spunti di riflessione ed eterne domande: ad esempio un giovane ragazzo si domanda come mai, con la rivoluzione sessuale e l’amore libero che negli anni ’70 si predicava e si praticava facilmente, si dovesse ancora pagare per avere sesso…

 

La Grudet ha ancora qualcosa da dirci sulle dinamiche del potere tra le donne di oggi e gli uomini. Lei, che sognava di prendersi gioco del potere dall’interno e che considerava l’amore una malattia, nel film dichiara: ‘a volte chi non mi conosce pensa che dietro il mio nome ci sia un uomo ed è quello che avrei voluto essere’.

 

E’ un film che, nonostante potesse essere meglio sviluppato nell’analisi dei personaggi, fa riflettere e pensare.

 

 

 

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