Ma che cosa fate
in Area Formazione?
– di Federica Nicchiarelli

23 Dicembre 2021

Che cosa facciamo in Area Formazione, è una domanda che mi è stata posta molto spesso.

 

Per rispondere, voglio partire da qualcosa di personale, una piccola confessione che forse faccio più a me stessa che ad altri. 

 

La nostra associazione pullula di donne che da sempre sanno o ben presto hanno capito che cosa significa essere donna e quale spazio hanno diritto di sentire proprio nella vita, nella società. Confesso di invidiare profondamente queste donne.

 

“Io mangio pane e femminismo da quando sono nata.”

“Io il termine femminismo non l’ho mai sentito da piccola perché per noi in famiglia la parità era un elemento scontato, integrato nella nostra vita quotidiana.”

“Io sono cresciuta nella Casa Internazionale delle Donne. Capite bene che per me alcune battaglie sono viscerali.” 

“Mia nonna è stata per me un modello di donna consapevole e forte. E da lì ovviamente mia madre e tutte noi siamo cresciute con la potenza delle donne che sanno.”

 

Ecco, io no. Il mio mito, con cui mi cullavo la notte per addormentarmi da quando ho memoria, era, ahimè, Cenerentola. 

 

Perché io volevo essere come lei, bellabravabuona (per me era un concetto unico) come Cenerentola, e volevo che la mia vita fosse come la sua: dato che ero bellabravabuona prima o poi il mondo mi avrebbe scoperta e apprezzata. Propormi, prendere iniziativa, essere assertiva, ribellarmi, urlare per farmi sentire: mai. D’altronde quale Cenerentola lo avrebbe fatto? La mia salvezza stava nell’attendere educatamente di venire vista. 

 

Sì, è così, è proprio una di quelle esasperanti “prigioni interiori “che ci ha tanto bene illustrato Luciana D’Ambrosio Marri (LINK) in una delle nostre video pillole e con cui noi donne siamo in grado di rovinarci la vita. E se devo dirla tutta, non so nemmeno se ne sono del tutto uscita. Combatto con me stessa ancora quotidianamente. A volte, ancora attendo timorosa.

 

È quindi facilmente immaginabile come mi sono sentita una grande impostora in questi anni in WIFTMI.

 

Però io da un po’, complice sempre la strada percorsa all’interno dell’associazione, ho capito a quale fatica immane mi sia sottoposta per raggiungere questa ancora precaria consapevolezza. Ho compreso che questo, insieme al mio lavoro di counselling, fa anche parte del mio ultimo passo verso una personale liberazione. E ho cominciato ad andarne molto fiera.

 

So bene di non essere per questo un elemento d’interesse, qualcuno su cui appunto scrivere un articolo. Anzi. Siamo tante in questa situazione. E in molte resteremo anonime. 

 

Ecco, io mi sono dedicata all’Area formazione di WIFTMI soprattutto per queste donne, per contribuire a cambiare le coscienze di quelle che come me per molto tempo non riuscivano a intuire da dove far iniziare il cambiamento e per preparare un più giusto terreno per chi sta disegnando ora il proprio futuro di donna. 

 

Il gruppo Formazione ha preso il via dalla ricerca di progetti e percorsi che aiutino innanzitutto a prendere coscienza della nostra realtà presente e passata, svelare a tutte/i quella ragnatela di pregiudizi che ci ha spesso intrappolate, per poi preparare un nuovo copione, questa volta basato sull’autenticità, e offrire nuovi strumenti di lavoro didattici, professionali e personali.

 

Per la prima fase di trasformazione, la nuova percezione del passato che ci trasciniamo faticosamente e del nostro scenario attuale, l’anno scorso abbiamo offerto il progetto di E-Learning su pregiudizi e stereotipi di genere (LINK) con il quale, s’intende “far conoscere e combattere gli stereotipi di genere e i pregiudizi inconsapevoli (…), rendere visibile il paesaggio in cui siamo immersi.”  Un po’ tipo Matrix, insomma.

 

Quale naturale prosecuzione di un progetto che svela e analizza lo status quo, dovevamo ora contribuire a gettare delle basi diverse per il nostro futuro, o meglio per il futuro di donne che sono ora all’inizio della propria carriera.

 

La nostra risposta è un progetto che vedrà il suo lancio a febbraio. Proposto dalle due volontarie Serena Malaspina e Silvia Rigamonti, neo-laureate che si approcciano proprio in questi giorni al mondo del lavoro, l’idea è quella di “creare una connessione intergenerazionale tra professioniste affermate e giovani appassionate/i del mondo dell’entertainment.” 

 

Con Serena e Silvia abbiamo concretizzato un altro obiettivo caro alla nostra area. A lavorare sul progetto, facendo in tal modo esperienza e conoscenza sia di un know-how che di professioniste già esperte, sono state loro, due ex studentesse coordinate dall’instancabile Barbara Spanò. Inoltre, ad aiutarci nel design della comunicazione video sui social, è stato accolto anche Tommaso Zandri, giovane tirocinante laureando in regia alla RUFA (Rome University of Fine Arts).  In tal modo, il progetto non è formativo solo nel contenuto e nella sua divulgazione nelle università, ma è stato campo di formazione durante la sua stessa lavorazione, una struttura operativa che vogliamo ripetere il più spesso possibile.

 

Certo, il mio sogno nel cassetto, a cui ci stiamo avvicinando ogni anno poco di più, è quello di creare un progetto di alfabetizzazione dell’audiovisivo nelle scuole, inserendoci finalmente la parte mancante: la narrazione e la presenza professionale delle donne. Se veramente vogliamo operare il cambiamento, bisogna iniziare da lì.

 

Quest’anno, dopo le varie collaborazioni con Anica per il loro progetto scuola “Dentro la macchina dei sogni” (collaborazione che ora proseguirà anche in altre forme), siamo state contattate dalla professoressa Ambra Saitta, una professoressa illuminata di un liceo di Ventimiglia che ad averla incontrata prima forse il mio mito si sarebbe evoluto, non dico tanto ma magari da Cenerentola ad una Mulan? o una Pocahontas? Comunque, oltre a preparare con lei un percorso per la sua scuola, la prof. Saitta ci ha offerto una visione di quello che potrebbe essere il progetto che fa per noi. Ma non rovinerò la sorpresa. L’idea di partire in questa direzione mi emoziona.

 

Ammetto che tutto questo appassionante lavoro ha acquistato un piacevole sapore in più grazie al gruppo Formazione, quelle donne con cui ormai lavoro da un po’ e le cui peculiarità continuano a stupirmi: la velocità di pensiero e di intuizione di Nicoletta De ‘Vecchi, la capacità di ascolto e restituzione di Astrid De Berardinis, la silenziosa efficacia di Gabriella Tucci, l’abilità di Antonella Barbieri di trasformare un’idea in azione con un bibidibodibibu.

 

Poi ci sono le nuove scoperte che mettono sempre di buon umore: Serena Malaspina e Silvia Rigamonti, l’entusiasmo e la vivacità che hanno portato nel progetto, il loro non tirarsi mai indietro, la puntualità e presenza costante.

 

E Barbara Spanò, che non mi stanco mai di ascoltare tra i rumori di una casa piena di un dolce vivere. “Io voglio iniziare a restituire ciò che ho ricevuto nel mio percorso accademico e professionale.”  Lo ritiene un dovere etico e morale, ma lo compie con una tenacia e una positività che sembra scaturire da molto di più di un semplice dovere. 

 

Insomma, come in tutti i percorsi formativi, non si sa chi riceve di più, colei/lui che forma o colei/lui che impara.

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