Lo Stereotipo del Mese
“La rivale”
– di Eleonora d’Arborea

29 Maggio 2021

Gli stereotipi sono fatti di generalizzazioni e quelli sulle donne sono tutti in gara fra di loro per perniciosità e resistenza alla decostruzione. Le generalizzazioni sono figlie della cultura che le partorisce e quindi nell’ottima tradizione occidentale (per restare chez nous) il gentil sesso è fonte di tutti i mali degli uomini se non del mondo, nonostante la garbata ma palesemente ingabbiante definizione non richiesta. Non contenta di questo, la progenie di Eva è anche intrinsecamente venefica nei confronti della sua stessa stirpe, con ogni donna pronta a identificare la consimile quale rivale.

 

E da qui si passa direttamente ai corollari contemporanei per i quali le donne non sanno lavorare bene insieme, una donna in un luogo di potere non lascia spazio alle altre per crescere, le donne non sanno fare networking, non sono buone mentori e giocano anche male a calcetto, quindi meglio non invitarle mai a scendere in campo o anche solo al campetto.

 

Corollari ben provati, se la base è la certezza che la donna sia per sua natura invidiosa, falsa ed egoista. Come dubitare di questi attributi d’altra parte, se lo hanno affermato filosofi misogini, padri della Chiesa sessuofobi e tutti i pappagalli che li hanno saccheggiati per costruire i loro castelli di carte truccate.

 

Ma guardiamo meglio a questa rivalità, disenteriorizzando lo sguardo maschile per il quale erano in vera continua concorrenza le bellezze atomiche o androgine dei tempi passati e no, non è vero, non si trattava di una strategia di marketing.

 

La concorrenza vera non mancava invece quando si trattava di competere sul mercato matrimoniale con tutte le altre fanciulle di buona famiglia e di buone sostanze, e poi una volta maritate con le amiche speciali, con le amanti, con le concubine e giù giù nei secoli fino a cortigiane ed etere. Anche se, nella mia personale opinione, dopo svariate ore al telaio o alla ramazza per non dire all’allattamento la coniugata doveva essere ben felice di non dover passare ad altri obblighi coniugali. Sia lode quindi alle false emicranie femminili che hanno salvato vite e convivenze, di quelle vere ahimè il prezzo fu alto in equilibrio mentale e anni di vita.

 

Rivali economiche, sì, su questo non si discute. Inutile scomodare Elisabetta I e Maria Stuarda. Quando si crede ai principi azzurri accompagnati da numeroso personale di servizio e terre al sole (o di azioni in Borsa), via libera a dispetti, malelingue e sgambetti. D’altra parte se per buona parte della storia scritta la donna non ha potuto studiare o avere accesso a una educazione non finalizzata a renderla una perfetta domestica impiegata pro bono, non stupisce che abbia utilizzato le armi in suo possesso per garantirsi un tenore di vita gradevole.

 

Facciamo quindi pulizia del ciarpame passato ed entriamo in sana competizione, dove la competizione è richiesta e lasciamo questa strada vecchia per una che sembra nuova ma non lo è. Imbocchiamo insieme via della Sorellanza. E’ una bella strada alberata, dove il sole riscalda e le ombre rinfrescano, dove si può camminare, correre, fermarsi, ripartire, discutendo, ciarlando, annuendo o scuotendo la testa.

Ci sono anche le fontanelle per quando si ha sete e le panchine per conversare fino al tramonto.

Magari c’è qualche buca, ma se guardi bene, la eviti.

 

La sorellanza ci ha reso forti, quando nella propria casa come figlie e come mogli si giocava in serie D. Quando fuori casa si entrava con passo leggerissimo nei luoghi di lavoro per evitare tutte le mine antidonna pronte a deflagrare per leso privilegio. Quando il proprio percorso di vita non seguiva itinerari prestabiliti e si decadeva in serie Z.

 

Tutte quelle volte che non abbiamo ascoltato il megafono del condizionamento culturale, ma la voce dell’istinto, siamo state sorelle.

 

Una sorella accoglie, offre acqua, offre vino, abbraccia, ti fa posto sul divano di pelle umana e sceglie insieme a te il nuovo rivestimento in tessuto antimacchia e antistrappo. E poi prende anche delle toppe magistrali, mica siamo perfette. La perfezione è una leggenda, fatta apposta anche per tenerci davanti allo specchio o alle pentole, mentre nel fumoir si parla di conquistare le Indie Australi o Marte.

 

Qui sì che ci piace utilizzare tutto l’immaginario della cura, ma della cura reciproca, perché la sorellanza non vuole gerarchie, ma condivisione e cooperazione.

 

E quindi, dalla teoria alla pratica, eccomi qua a consegnare per tempo lo Stereotipo del Mese, in concordata staffetta con la sua ideatrice e curatrice.

Mia la tastiera, nostre le riflessioni, vostra la lettura e i commenti, se vorrete.

 

Dove non arriva una mano arriva l’altra. Le mani ce le si lava solo per ragioni di igiene, perchè a noi le mani piace tenerle in pasta e tirarci fuori pasta, pizza e posti in consigli di amministrazione.

 

Lo Stereotipo del Mese è curato da Astrid de Berardinis. I precedenti articoli li trovate qui: 

https://wiftmitalia.it/news-eventi/ 

 

Ritrovate qui la conversazione con la nostra Vice Presidente Astrid de Berardinis sul suo primo mandato in Associazione:

https://wiftmitalia.it/non-categorizzato/chattando-con-il-direttivoastrid-de-berardinis/ 

 

L’immagine che illustra l’articolo è un dipinto di Antonietta Raphaël (1895 – 1975).

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