Ivana Di Biase racconta “PerdutaMente”

28 Febbraio 2022

Ivana Di Biase, co-regista insieme a Paolo Ruffini di PerdutaMente, ci racconta le emozioni e le storie dietro al film documentario dedicato all’Alzheimer uscito al cinema il 14-15-16 febbraio e prodotto da Paolo Ruffini e Nicola Nocella per Vera Film, Antonino Moscatt e Angelisa Castronovo per WellSee, in collaborazione con la Fondazione Polli Stoppani e con il contributo di Roberto Cavalli.

 

 

‘Non si guarisce dall’Alzheimer. Non si guarisce dall’amore”

 

PerdutaMente non è stato un film, ma piuttosto un viaggio attraverso l’Italia, durante il quale Paolo Ruffini ed io, abbiamo avuto il privilegio di incontrare persone sconosciute e straordinarie, che hanno condiviso con noi le proprie storie. Storie di vite fuori dal comune, storie segnate dall’Alzheimer, storie di dolore e disperazione, ma soprattutto storie d’amore.

 

Leggendo le decine di lettere ricevute e durante le settimane di riprese e montaggio, mi sono sempre chiesta se fossi stata all’altezza di queste storie, se fossi stata in grado di custodire i segreti e le fragilità che i nostri testimoni ci stavano affidando, e soprattutto se fossi stata capace di restituirli con autenticità e con cura, attraverso il film.

 

Il momento in cui i protagonisti che abbiamo intervistato – e che in questi due anni di lavoro si sono trasformati da sconosciuti a persone care – hanno potuto vedere il film per la prima volta, è stato cruciale per me. Uno di loro, dopo la proiezione, mi ha detto che esistono dolori diversi, ma che l’amore è identico, e che noi avevamo saputo raccontarlo.

 

Le sue parole sono state come un regalo, mi hanno convinto che questo piccolo film sia stato importante, per loro quanto per noi, e naturalmente non sarebbe stato possibile realizzarlo senza la visione sensibile e delicata di Paolo Ruffini, senza il lavoro fondamentale e prezioso di tutti quelli che si sono dedicati a questo progetto, come Karolina Maciejewska al montaggio, Francesco Pacini all’aiuto regia, Vittoria Marinelli alla produzione, Claudia Campolongo alle musiche, e tanti altri.

 

Nel corso delle ricerche mi sono imbattuta nel l’aneddoto di un medico nel difficile momento in cui si trovava a comunicare la diagnosi: “Lei è affetto dal morbo di Alzheimer”, dice rivolgendosi al proprio paziente, il quale, senza esitare risponde: “Meno male dottore, pensavo di essere diventato matto”.

 

Un’ironia amara, che descrive il grande equivoco su questa malattia, cioè l’idea che perdere la memoria significhi solo dimenticare le cose. Ma la memoria non è semplicemente una scatola che contiene informazioni, è più come un diario, che ciascuno di noi riempie, un giorno alla volta nel corso di una vita intera, e oltre ai dati di realtà, custodisce emozioni, ricordi, sentimenti, esperienze.

 

La memoria è un documento dell’identità personale, della propria storia, ma più di tutto della propria coscienza. Perderla significa perdere sé stessi.

 

La traccia seguita, nel corso di questa indagine, è stata la differenza tra cura e guarigione. Quello che ho imparato è che dal morbo di Alzheimer non è possibile guarire, ma è possibile curare, se non la malattia, la persona che ne soffre, proprio con l’amore.

È l’amore il protagonista di questo film, non l’Alzheimer.

 

L’amore della persona malata, che non sa più chi sei ma sa di amarti.

 

E l’amore della persona che si prende cura del malato, che ama senza condizioni, senza risposte, nel modo più disperato in cui si possa amare: PerdutaMente.

 

Ivana Di Biase

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