Ho un problema con Barbie
(ma anche uno con Oppenheimer) –
di Chiara Zanini

28 Luglio 2023

Qualche giorno dopo aver visto i due film più attesi del 2023, ossia Barbie e Oppenheimer, mi sono resa conto che avevano più di un aspetto in comune, al di là del periodo di uscita che li vede rivali al botteghino.

 

Un’idea del loro valore economico l’ha data Fran Drescher, l’attrice che attualmente presiede la maggiore organizzazione di attrici e attori statunitensi, SAG-AFTRA: il loro sciopero prolungato sta causando pesanti ripercussioni nell’industria (anche nella programmazione dei festival, che sulla presenza delle star si giocano tutto o quasi), ma non tutti sanno che gli Studios sono riusciti a farlo slittare di dodici giorni, illudendo la categoria di voler davvero partecipare a una mediazione che oggi non sembra più possibile, se mai non lo è stata. Quei dodici giorni sono serviti per realizzare l’operazione Barbienheimer, ovvero per lanciarli a dovere sul mercato. Un po’ ovunque leggiamo che dovremmo esultare per i loro risultati al botteghino, come se il buon esito di due soli titoli potesse essere interpretato come un risultato per l’intero settore. (Ma no, non è come quel meme in cui la Pimpa durante i lockdown distribuiva i soldi del tanto invocato reddito di quarantena a chi ne necessitava. Questo non succederà, i produttori di Barbie e di Oppenheimer non sono la Pimpa, e potevamo arrivarci da subito).

 

Non è solo la posizione meritevole di un’indagine antitrust per abuso di posizione dominante ad accomunare i due film: sia Barbie che Oppenheimer hanno un protagonista principale trattato in modo assolutamente iconico, nonostante presenti aspetti discutibili e controversi.

 

Per chi non avesse ancora visto Oppenheimer (in Italia uscirà il 23 agosto), il film si basa sul libro American Prometheus, vincitore del Premio Pulitzer, in cui gli autori Kai Bird e Martin J. Shervin raccontano la storia del fisico statunitense Robert Oppenheimer, chiamato negli anni quaranta a guidare il programma militare cui fu assegnato il compito di realizzare le prime bombe atomiche. Una corsa contro il tempo, perché i nazisti si erano già dati questo obiettivo, e batterli poteva significare la fine della guerra.

 

Il fisico (interpretato da Cillian Murphy) è ben consapevole che tra i suoi colleghi alcuni potrebbero rinunciare a lavorare a un progetto che porterà inevitabilmente morte e distruzione, ma questi legittimi dubbi non lo fanno perdere d’animo, e quando deve convincere altri della bontà della sua scelta si dice sicuro di ciò che può fare da collante: la lotta all’antisemitismo (ciononostante il regista Christopher Nolan ha detto in un’intervista al New York Times di non aver mai pensato a un attore ebreo per il ruolo interpretato da Cillian Murphy).

 

Le criticità legate all’invenzione e dunque all’imminente impiego della bomba atomica non sono taciute nel film, ma Nolan finisce per insistere davvero troppo sulla figura di Robert Oppenheimer.

 

Mi immagino Nolan partire da una considerazione di base: “Eccerto che sganciare un’atomica avrà effetti devastanti, e che non lo so? Ma vogliamo pensare anche solo per un attimo se invece ci fossero riusciti prima i nazisti?”.

 

Partendo da questa considerazione, però, Nolan finisce per spingersi davvero oltre. Mi sembra di sentirlo procedere così nel suo ragionamento: “Eccerto che Oppenheimer era un donnaiolo, ma gli vogliamo perdonare di essersi divertito un po’ con le femmine, ora che sappiamo che la sua missione era di inventare per il bene di tutti noi qualcosa che avrebbe messo fine a una guerra mondiale?”.

 

Peccato che le donne nel suo film abbiano pochissimo spazio di manovra, e nonostante entrambe le partner di Oppenheimer lascino intendere qua e là di essere dotate di personalità: nel caso di Emily Blunt ce ne accorgiamo solo verso la fine, quando si trova a difendere il marito dagli attacchi politici, divenuti vera persecuzione, mentre il personaggio dell’amante, interpretata da Florence Pugh, si fa ricordare essenzialmente per le scene di sesso 100% male gaze (tra cui quella che sta facendo discutere soprattutto in India e in Medioriente, censurata perché Plug è nuda mentre legge un testo sacro, la Bhagavad Gita).

 

Due film diversissimi, dunque, Barbie e Oppenheimer, che condividono però la scelta auto-assolutoria.

 

Nemmeno in Barbie le criticità vengono nascoste, ma in questo secondo caso si sceglie la strada dell’ironia. Mentre Oppenheimer è santo subito, l’assoluzione in Barbie si può ritenere compiuta nel finale, e riguarda innanzitutto Mattel, l’azienda che produce la famosa bambola dal 1959. La cosa non stupisce se si è consapevoli che Mattel ha co-prodotto il film (ossia commissionato l’intera operazione mediatica), mentre in passato la stessa azienda aveva citato in giudizio almeno un artista che aveva utilizzato Barbie in modo critico (Tom Forsythe nel 1999). Ma sono molti gli artisti visivi ad aver fatto lo stesso.

 

Come porci quindi di fronte a una simile operazione di washing?

 

Quando nel 2019 Chiara Ferragni commissionò un film su di sé alla regista Elisa Amoruso i commenti non furono altrettanto indulgenti rispetto a questa pratica. Certo, quel documentario era pura agiografia, ben oltre la propaganda, e l’operazione (co-finanziata dalla Rai) non riuscì per varie ragioni.

 

Qui tutto funziona infinitamente meglio, quantomeno per la committenza. Tutto ciò che nell’universo di Barbie è problematico si risolve sempre in qualche modo. O meglio, Mattel troverà un modo per farci archiviare in fretta la critica che le abbiamo mosso. Sono decenni che ci distrae, del resto, non ha mica iniziato oggi.

 

Dopo il successo del live action diretto da Greta Gerwig, l’azienda ha confermato di voler produrre altri 14 film legati a suoi prodotti, tra cui le macchinine Hot Wheels e le carte da gioco Uno. Nessuno tra questi giocattoli ha però avuto l’impatto che Barbie ha avuto nel mondo.

 

Eppure, quando sento dire che Barbie ha cambiato la vita di ogni bambina sulla terra vorrei dire che no, per me e per molte altre non vale, perché io ad esempio non ho mai davvero giocato con le Barbie, e quella vernice  rosa ovunque in queste settimane mi provoca una nausea tale che me ne tornerei a vedere Oppenheimer altre due volte solo per ripicca. Non ho mai avuto bambole di Barbie e non le ho nemmeno invocate, come invece desideravo i Lego. Infatti le personagge del film di Gerwig con cui mi sono identificata maggiormente sono le adolescenti come Sasha (interpretata da Ariana Greenblatt) e le sue compagne di scuola. Parliamone: Sasha è la figlia di Gloria (America Ferrera) e – per lo meno all’inizio – rappresenta in qualche modo il femminismo della quarta ondata, quello intersezionale, per il quale non sarà mai accettabile il fatto che la madre – una donna non bianca – sia stata forzata a giocare o addirittura a rispecchiarsi in una bambola che non le assomigliava minimamente. E non è un caso che la stessa America Ferrera abbia dichiarato di non aver mai avuto da bambina delle Barbie.

 

A ben guardare, gli sceneggiatori (Greta Gerwig e Noah Baumbach) affrontano lungo tutto il film  la questione di genere (con il patriarcato che è nemico delle donne quanto degli uomini), mentre le linee di razza e classe sono percorse solo in modo estremamente sommario, quando sarebbe stato interessante farlo, magari coinvolgendo in fase di scrittura una sceneggiatrice con un percorso di vita diverso dal loro.

 

 

Gloria è un’impiegata della Mattel, che una volta a Barbieland si lascerà andare in un monologo indimenticabile. Vale la pena riportarlo qui:

 

“È letteralmente impossibile essere una donna. Sei così bella, e così intelligente, e mi uccide il fatto che tu non pensi di essere abbastanza brava. Ad esempio: dobbiamo essere sempre straordinarie, ma per qualche ragione lo facciamo sempre nel modo sbagliato.

 

Devi essere magra. Ma non troppo. E non puoi mai dire di voler essere magra. Devi dire che vuoi essere in salute, ma devi anche essere magra. Devi avere soldi, ma non puoi chiedere soldi, perché è volgare. Devi essere una capa, ma non puoi essere cattiva. Devi guidare, ma non puoi distruggere le idee degli altri. Dovresti amare il fatto di essere madre, ma non dovresti parlare sempre dei tuoi figli. Devi essere una donna in carriera, ma anche essere sempre attenta alle altre persone. Devi rispondere del cattivo comportamento degli uomini, il che è folle, ma se lo fai notare, vieni accusata di lamentarti. Dovresti essere carina con gli uomini, ma non così carina da tentarli troppo, o da intimidire altre donne, perché dovresti far parte della sorellanza. Ma distinguiti sempre, e sii sempre grata. Ma non dimenticare mai che il sistema è truccato. Quindi trova un modo per riconoscerlo, ma anche per essere sempre riconoscente. Non devi mai invecchiare, non essere mai scortese, non metterti mai in mostra, non essere mai egoista, non cadere mai, non fallire mai, non mostrare mai paura, non uscire mai dal seminato…

 

È troppo difficile! È troppo contraddittorio, e nessuno ti dà una medaglia o ti dice ‘grazie’! E si scopre infatti che non solo stai sbagliando tutto, ma anche che è tutta colpa tua.

 

Sono così stanca di guardare me stessa e ogni altra donna finire con l’incasinare se stessa per piacere alla gente. E se tutto questo vale anche per una bambola che rappresenta solo le donne, allora non lo so proprio”.

 

Appena uscita dall’anteprima stampa ho pensato che questo monologo fosse – almeno per me – la parte più importante dell’intero film. Eppure oggi, rileggendolo con calma, mi accorgo di come non presenti alcun riferimento agli elementi di diversità che il personaggio di Gloria porta con sé. Mi risulta più chiaro che l’intento fosse quello di far sembrare che le donne di ogni angolo del mondo hanno in comune più di quanto si creda, e che è su questo che dovremmo concentrare i nostri sforzi con il patriarcato.

No. No. No.

Cosa mi sta succedendo? Maledetta Barbie, maledetta Mattel! Nella vita di tutti i giorni questa visione appiattente non è affatto la mia. Nella lotta femminista oggi non ci può essere nessuna livella.

Com’è possibile che anch’io ci sia cascata? Ecco vedi, almeno per un paio d’ore Mattel ha fregato anche me.

 

A proposito dei due film: Barbie e Oppenheimer

Chiara Zanini è critica, collaboratrice di numerose testate e festival, ricercatrice indipendente, formatrice e addetta stampa. Ha curato con Federica Fabbiani la prima monografia dedicata alla regista francese Céline Sciamma (Architetture del desiderio. Il cinema di Céline Sciamma, edita da Asterisco) e ha partecipato attivamente a molte iniziative in tema di parità di genere, tra cui The Purple Meridians, uno dei 4 progetti vincitori della call for sponsorship a tema di Eurimages.
Chiara Zanini è su LinkedIn.

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