Anatomia di una verità impossibile
di Manuela Pincitore

29 Febbraio 2024

L’ambiguità dietro la morte di un uomo e l’esplorazione di un rapporto di coppia tra ribaltamenti di ruoli e invertiti giochi di potere

 

A volte sembra proprio che la Verità non esista. Esiste piuttosto una Storia che diventa Vera se è convincente. O se è più plausibile di un’altra versione della stessa storia.

 

In Anatomia di una caduta non sapremo la Verità, non sapremo con certezza come è morto Samuel né se sua moglie Sandra è colpevole o innocente, né se il loro figlio, Daniel, è stato sincero.

 

Anatomia di una caduta è come un disegno ricorsivo di Escher, di quelli in cui una immagine raffigura un soggetto che contiene un’immagine che raffigura lostessosoggettochecontienelastessa immagineconlostessosoggettochecontienelastessaimmagine, etc etc, fino a ridurre quella immagine iniziale a una miniatura perfetta e piccolissima all’interno del quadro complessivo.

 

Come l’effetto Droste, insomma, i personaggi di Anatomia di una caduta si raffigurano, si riducono, si moltiplicano attraverso se stessi e gli altri personaggi con cui condividono quella porzione di storia.

 

E l’osservatore è lì che cerca minuzie e particolari quasi a voler scovare una stonatura, un difetto in un quadro che sembra invece impeccabile, proprio come una litografia di Escher. O come l’ Anatomia di un omicidio di Robert Traver e, poi, di Otto Preminger, romanzo e film a cui la regista fa riferimento.

 

La caduta, concretamente, è quella di Samuel. Il tonfo è attutito dalla neve di un luogo ovattato, tranquillo, isolato, su una montagna il cui silenzio è squarciato dalla musica ingombrante e disturbante di Samuel, uomo frustrato nelle sue aspirazioni, dedito al figlio e ai lavoretti in casa, mortificato anche sessualmente.

 

Un uomo che rivendica quel suo spazio invaso dalla moglie Sandra, donna di successo, (bi)sessualmente appagata, professionalmente vincente nonché madre senza l’ansia di esserlo. La versione strumentale di P.I.M.P. di 50Cent – uno dei brani più controversi per il suo contenuto sessista e offensivo nei confronti delle donne – è il primo mezzo che vediamo e sentiamo usare da Samuel per attirare l’attenzione, gridare il suo diritto di esistere e interferire con la vita di Sandra, così determinata nella sua ricerca dell’appagamento personale.

 

La caduta, metaforicamente, è quella di una coppia, che sconta la scelta di una vita isolata tra le Alpi francesi, e di una incomunicabilità amplificata da una terza lingua – l’inglese –  che sembra l’unico compromesso possibile tra il tedesco – lingua di Sandra – e il francese – lingua di Samuel.

Una coppia che ha smesso di parlarsi e di guardarsi. In uno spazio astratto fatto di nondetti e di bisogni repressi. Di desideri assopiti, e di alibi, e di rancori. Di parole e suoni elaborati nella mente di loro figlio, Daniel, ipovedente a causa di un incidente provocato da Samuel. Un bambino su cui cade la responsabilità di dover testimoniare sul rapporto dei loro genitori, di diventare l’ago della bilancia in un processo che sembra dirigersi verso l””inconcludenza”.

 

Justine Triet, la regista – che firma anche lo script insieme a suo marito Arthur Harari  – scruta e indaga, facendo dell’ambiguità l’elemento essenziale per una lettura dei fatti mai oggettiva. Dubitiamo di tutto, persino dei racconti di Daniel: sono reali? Sono sue interpretazioni? Sono sue invenzioni funzionali alla sua necessità di scegliere da che parte stare? Cosa è vero e cosa è finto? Cosa è reale e cosa indotto? É stato sincero e imparziale, oppure  protettivo? Cosa vuol dire quella scena finale, in cui madre e figlio si ricongiungono e sembra sia lui a rassicurare lei?

 

E quei litigi tra Sandra e Samuel, prima solo ascoltati come prove, in tribunale, poi visualizzati in ricostruzioni in flashback, ci aiutano a prendere una posizione? In quelle discussioni con toni accesi e accuse urlate, alla frustrazione di Samuel, Sandra risponde con veemenza, difendendo strenuamente e lucidamente la legittimità del suo successo, rigettando su Samuel la responsabilità della sua stessa infelicità e delle scelte che lo hanno portato ad essa.

 

Un equilibrio precario in cui anche aggressività e violenza sembrano elementi ineluttabili, come i sensi di colpa, i rancori, i compromessi.

 

Un ribaltamento di ruoli e di giochi di potere in cui comprendiamo e appoggiamo la forza con cui Sandra si protegge dalla colpevolizzazione ma che lascia aperto un altro quesito: a parti invertite, per chi avremmo patteggiato?

 

A chi avremmo destinato la nostra comprensione e la nostra empatia?

 

 

Manuela Pincitore è Story Editor e Creative Producer per lo sviluppo di Film e Serie Tv. Come Story Finder cerca con curiosità storie che si facciano raccontare da nuove angolazioni e rappresentino la molteplicità del mondo. Rispetta i Personaggi e, soprattutto, i loro conflitti, i bivi, le scelte, i successi e le delusioni, le prove che sono tenuti ad affrontare e che condividono, con generosità e coinvolgimento emotivo, con lo spettatore che vorrà ascoltarli.

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