Abbiamo ancora bisogno
di un cinema delle donne? –
di Blu Yoshimi

28 Ottobre 2022

Uno vorrebbe dire che no, non c’è bisogno di tenere una categoria per dei film totalmente diversi fra di loro ma uniti solo dal genere sessuale della loro regista.

 

La storia del cinema degli uomini non è mai stato il titolo di  un capitolo di un libro, di un paragrafo. Sono stati usati i cognomi Chaplin e Keaton: il cinema muto, ma non Chaplin e Keaton: il cinema di due uomini americani bianchi.

 

Eppure è proprio questa definizione che ha  fatto sì che all’interno della Feminist Film Theory si andasse a sviluppare un ambito di ricerca. Ambito che dimostra come il proprio genere influenzi in primis la vita di una persona, e di conseguenza il lavoro, non solo nel campo cinematografico. Nello specifico dell’industria cinematografica si tratta soprattutto della fiducia che si fatica a dare ad una donna, d’altronde come dimostra lo stupore di tutti quando in Finlandia viene eletta una ministra donna. Una donna, in una posizione di potere, ci stupisce ancora.  Ancora.

 

Lo stesso vale per una regista, a cui viene affidata la leadership di un gruppo numeroso di persone e  probabilmente la responsabilità di una grande quantità di soldi. La preoccupazione non deriva solo dai dubbi  sulle capacità della professionista, ma anche dalla consapevolezza che le storie che andrà a raccontare  probabilmente non interesseranno a nessuno.

 

Sbagliato.

 

In questi ultimi anni, Reese Whiterspoon con la sua casa di produzione, ha dimostrato esattamente il contrario1. Una serie di prodotti come Gone Girls, Big Little Lies, Little Fires Everywhere hanno giovato di  enorme visibilità dimostrando come la rivoluzione femminile sta soprattutto nella narrazione dei personaggi che si hanno, creando psicologie e universi umani in cui sempre più persone possano riconoscersi, e questo  non ha nulla a che fare con il proprio sesso come dimostra la collaborazione con il regista francese Jean  Marc Vallé. (1)

 

E purtroppo, il fatto che nel 2018, NEL DUEMILADICIOTTO, in Italia solo il 10% dei film prodotti sia stato girato da registe donne, è un dato nudo e crudo che ci rivela come si perpetui una cultura  fortemente patriarcale. (2)

 

È normale che se continuiamo a darci contentini ed esaltarli solo per il loro essere dei contentini, questa  tendenza farà fatica a cambiare via e l’inserimento di editors che si occupano di verificare l’inclusività o  meno di un progetto diventa inutile se non accolta da un personale e un pubblico realmente aperto al  cambiamento.

 

Troppo spesso vedo autrici e registe cadere nella trappola di dover sottolineare nelle loro  stesse storie, il loro essere donne, quando mi ritrovo nelle parole di Pascal Bruckner che nel suo capitolo La  demonizazzione del maschio afferma come non sia il genere di una persona a rendere più o meno ‘genderdizzato’ un prodotto, ma che la sensibilità artistica può essere ancora più aperta di questo e riporta  l’esempio di Proust che ha parlato di amore in modo universale essendo lui omosessuale. (3)

 

Detta così par  ovvio. Tutto questo pare ovvio. Ora personalmente mi discosto in parte dalla posizione del professore Bruckner perché credo che l’universalità dell’arte non vada a minare l’emancipazione di un gruppo di professioniste; e se i dati deprimenti sono un effetto di questa reclusione dal resto, va anche detto che in  questa marginalità, c’è anche e soprattutto stato lo spazio di sperimentazione.

 

Tra l’incontro con lo sviluppo tecnico della 16mm che ha creato una texture comune a queste registe e  l’appropriarsi di uno spazio da usare per raccontarsi nel loro intimo e mondanità senza sentirsi raccontate da  qualcuno di esterno, riconoscendosi nel sentirsi brutte, pazze, sole, usate e innamorate… tutte queste cose insieme si sono effettivamente andate a cristallizzare in un cinema che prima è stato definito marginale, poi  minore e poi indipendente. Quanto è romantico che il cinema composto soprattutto da persone in lotta per  una loro indipendenza, venga effettivamente chiamato così, indie?  

 

Parlando di cinema indipendente, la professoressa Veronica Pravadelli lo definisce:” una pratica alternativa al  cinema dominante in relazione alle prospettive industriali, estetiche e ideologiche” e anche che “il cinema indipendente delle donne tende a raccontare storie che uniscono le traiettorie femminili personali e private  con le dinamiche storiche, sociali, politiche e religiose”. (4)

 

Una pratica alternativa, una cosa nuova che porta con sé novità di stili e storie, per forza. (5)

 

Ed è qui che, a mio parere, risiede tutta la bellezza di questo cinema ‘delle donne’, di questo cinema recluso, che finalmente trova un suo spazio e che decide di usarlo a suo  piacimento, anche sbagliando, perché nel farlo ci si sta scoprendo e scoprendosi si aprono nuove vie, nuovi  punti di vista, allargando la visione di un film a sempre più persone. Per-so-ne.

 

Questa logica dovrebbe bastarci per sentirci che meritiamo personaggi complessi, prodotti originali di alto livello, dovrebbe bastarci  per ringraziare e mandare via quella vocina che spesso ci fa chiedere il permesso, ci fa tremare la voce, ci fa  sorridere a una battuta sgradevole. Sapere che, nel riappropriarci di uno spazio, nel varcare nuove soglie,  stiamo contribuendo all’identificazione di una, due o più persone.

 

Se è tutto così ovvio, e a quanto pare romantico, non possiamo togliere questa storia dei punteggi in più per i  progetti female-driven (6)? Pensate che sia sfuggito al produttore e regista Matteo Rovere quando ha creato Lynn, la sezione al femminile all’interno di Groenlandia? E non è proprio questo il punto? Creare delle linee guida che potrebbero risultare delle forzature affinché arrivino a qualcuno pronto che le accolga e ne faccia  tesoro, anche produttivo? (7)

 

In questo caso il mio parere, anche se non mi piace, è che no, non possiamo togliere questi punteggi.

 

Certo, preferirei sapere che la meritocrazia è lo strumento prediletto a prescindere, ma per quanto le nuove  generazioni stiano sperimentando forme di comunicazione umana inclusiva sotto tutti gli aspetti, credo che  chiunque sia in ascolto con sé e del mondo da cui è circondato, abbia esperienza diretta di come spesso una  reale consapevolezza manchi, facendo si che certe dinamiche si reiterino.

 

Jostein Gardner nel suo romanzo Il  Mondo di Sofia, diceva che il più comune difetto umano è abituarsi.

 

Questo è un momento in cui disabituarsi, e come ogni disintossicazione, richiede forza, coraggio e tempo. Può capitare che magari ad una battuta sgradevole rispondiamo e dall’altra parte troviamo una persona sulla difensiva, che non capisce da dove  venga scaturita questa ‘polemica’ – mi pare venga ridotta a questo quando non si è aperti ad un confronto – o  che si racconti un soggetto e venga detto: “sì vabbè ora ora si parla solo di donne”.

 

Per anni ho rifiutato l’etichetta ‘femminista’ perchè mi sembrava assurdo relegare parte dei diritti umani a solo una sfera. Ancora oggi faccio fatica perché penso alla meraviglia dell’unicità di ogni essere umano e mi chiedo, quando sarà  che ci guarderemo negli occhi riconoscendo uno l’umanità dell’altro?

Perciò, definizione si, o no?

 

Facciamo cosí, per ora si, ma tra un po’ basta dai…

 

 

Queste riflessioni sono state ispirate dalla tesi triennale della stessa Blu Yoshimi dal titolo Esordi Femminili nel Panorama del Cinema Italiano Contemporaneo, seguita dalla relatrice-professoressa Ivelise Perniola. La tesi si è evoluta e sviluppata all’interno dell’Università degli Sudi Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, Corso di laurea triennale DAMS – Discipline Arti Musica e Spettacolo.

 

Blu Yoshimi è una persona estremamente curiosa dentro e fuori dal suo lavoro. Questo la spinge a porsi costantemente domande – non trovando sempre risposte – ma imparando ad affidarsi ad una verità pura e umana.

 

NOTE
(1) Per conoscere la produzione, consultare il sito : https://hello-sunshine.com/
(2) Cfr. Buffoni Laura, a cura di, We Want Cinema, Sguardi di donne nel cinema italiano, Venezia, Marsilio Editori, 2018, p. 14
(3) Cfr. Pascal Bruckner. Un colpevole quasi perfetto (Un coupable presque parfait, La construction du bouc émissaire blanc), Milano, Guanda Editore, Kindle Edition, 2021
(4) Veronica Pravadelli, “Women’s Cinema and Transnational Europe”, European Journal of Women’s Studies, Vol. 23(4), 11/2016, disponibile sul sito https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1350506816678568, ultimo accesso Dicembre 2021.
(5)  Ibid. 
(6) Cfr. Bando Eurimages’ Gender Equality Strategy (2021-2023): Equal Voices For Equal Talent, P.9, ANNEX I – Definition of female-driven projects. Definizione: progetti in cui almeno il 60% di ruoli è coperto da professioniste e dove, si definisce nel bando:”almeno 2/3 del trio creativo – produttore  esecutivo, regista e sceneggiatore – è costituito da donne.”
(7) Per conoscere la produzione, consultare il sito: https://groenlandiagroup.com/it/about/

 

Per sapere altro di Blu Yoshimi, c’è sempre Wikipedia

 

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