My name is Pauli Murray
La rivoluzionaria silenziosa

29 Giugno 2021

Anna Pauline «Pauli» Murray (1910-1985) è stata avvocata, docente, poeta, prima donna non bianca a diventare prete nella chiesa episcopale. Ha svolto un ruolo pionieristico nello sviluppo di azioni e argomentazioni antirazziste.

 

Nel 1944, ancora studente, scrisse un saggio le cui idee furono riprese nelle famose sentenze «Brown contro Board of Education» del 1954 e 1955 con cui la Corte Suprema stabilì che la segregazione scolastica era incostituzionale.

 

Pauli amava le donne e già negli anni Trenta aveva tentato una terapia ormonale che la instradasse verso una riassegnazione di sesso mai però avvenuta.

 

Dopo la prima al Sundance arriva ora in Europa, allo Sheffield DocFest, My name is Pauli Murray

di Julie Cohen e Betsy West.

 

Il documentario è una produzione Amazon che vuole porre all’attenzione del grande pubblico una figura rimasta a lungo ai margini della Storia nonostante abbia contribuito a sviluppare principi dirompenti della giurisprudenza Usa in materia di diritti civili e parità di genere e abbia lasciato una marea di scritti in ambito legale, poesie, due volumi di memorie autobiografiche (Proud Shoes del 1956; Song in a Weary Throat uscito postumo nel 1987) e un archivio enorme conservato ad Harvard.

 

Alla fine degli anni 40 Pauli fu arrestata per aver rifiutato di occupare posti riservati alle persone nere nei caffè e sui bus (ma non fu certo la prima) anticipando di un decennio due atti simbolici che hanno fatto storia nelle lotte per la desegregazione.

 

Al di là dei contesti accademici, non è nota al grande pubblico nemmeno negli Usa anche se si è fatto molto ultimamente per cambiare le cose. Il silenzio è dovuto a una combinazione di fattori: la sua originalità disorientava, era difficile da incasellare. Poi Pauli era introversa e solitaria. Rosa Parks divenne famosa perché c’era già un intero movimento contro la segregazione sui mezzi di trasporto che si è mosso per sostenerla, cosa che a Pauli non capitò. Inoltre, si è occupata di tante cause ma non le interessava diventare leader di un movimento. Se le sembrava di avere un contributo da dare lo faceva e lasciava che altri proseguissero. Bisogna poi considerare il suo bisogno di proteggere se stessa e chi le stava accanto. Tenne sempre riservate le sue relazioni con le donne mantenendo anche in quelle un profilo basso.

 

Negli ultimi anni si è capito che la storia degli Usa, e non solo, non è fatta soltanto da maschi bianchi. Il movimento Black Lives Matter ha contribuito alla riflessione sulla scrittura della storia non solo desacralizzando personalità un tempo riverite ma anche valorizzandone alcune oscurate.

Pauli è mancata nel 1985 e solo ultimamente c’è stata una sorta di «rinascimento» della sua fama: studi, riedizioni di suoi libri, il New Yorker le ha dedicato un pezzo nel 2017.

 

Il film non ha certo la pretesa di dire l’ultima parola su Pauli ma piuttosto d’invitare a saperne di più, a leggere i suoi libri, con la gioia di imparare senza sensi di colpa ciò che la scuola non ci ha saputo insegnare.

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