Lo Stereotipo del Mese
“La cura”

29 Giugno 2021

di Astrid de Berardinis

 

Molta strada abbiamo fatto insieme in questi mesi, attraversando con leggerezza, ironia e autocoscienza, le trappole insite in alcuni degli stereotipi più diffusi. Non abbiamo però preso ancora la mira giusta per colpire al cuore uno stereotipo a tutte e tutti troppo caro, quello della cura.

 

Direi però che, proprio in virtù della strada percorsa finora, e in vista di un rinnovato slancio dopo la pausa estiva, siamo pronte e pronti ad affrontare questo mese uno dei mostri sacri della distinzione di genere: la presunta natura accogliente del femminile ed il corollario della dedizione innata alla cura da parte delle donne.

 

Eccoci qua, mi sembra già di sentire un brusio di disappunto sollevarsi dagli inaspettati angeli del focolare che dormono in tutte noi. Perché saremo pure già in parte sdoganate come scienziate, artiste, matematiche e manager, ma sotto sotto….”vuoi mettere tu la cura della casa? E come cucino io? E la mie piante? E non siamo le migliori confidenti? E una mamma non lo sente forse?“ Passiamo in rassegna i nostri anni da infermiere dedite al soccorso e al sostegno emotivo e materiale di genitori, fratelli e sorelle, amici e amiche, compagni, compagne. Persino gli animali domestici lo sanno, e anche il lievito madre dipende dal nostro amore.

 

Questo è IL mostro sacro su cui non si scherza: la natura femminile che sarebbe natura accudente, nutriente e salvifica. Qui rischiano di cadere tutte le nostre convinzioni.
Su questo assioma inciampano purtroppo anche le donne più libere ed emancipate, non sembra possibile pensarsi altrimenti, libere, disinteressate, parimenti responsabili, imbranate, egocentriche. Parrebbe quasi una bestemmia verso la madre delle madri, verso la femminilità archetipica, verso se stesse.

 

E se qui, sul tema della cura si incartano le stesse donne, ovviamente proprio qui i colleghi uomini rivelano tutta la miopia possibile, costretti a scindere l’universo tra donna mamma e donna strega.

 

E infatti mi capita spesso di assistere a dibattiti sulle tematiche di genere in cui gli interventi (maschili e femminili ) anche più articolati e ben studiati, si arricchiscono di inconsapevoli scivoloni stereotipati. “D’altronde si sa, dalla notte dei tempi, noi donne quando ci dedichiamo a qualcosa sappiamo per
istinto prendercene cura” e ancora “ovviamente nel mio team ho scelto tutte donne perché voi, per natura, sapete davvero occuparvi di tutto”.

 

Potremmo proseguire addentrandoci nell’ambito domestico, ma lasciamo stare per questa volta. Magari dedicheremo alla triade femminilità = maternità = istinto di sacrificio un capitolo a parte quando farà meno caldo.

 

Intanto però ogni volta che parte l’autocompiacimento da infermiera o il plauso di un povero maschio, soccorso dalla santa natura salvifica del femminile, si risveglia ululante l’Erinni che è in me.

 

Occhio al monopolio della cura e a intitolarsela. Ripensiamo a come impararla e insegnarla, ma soprattutto ammettiamo che di cultura si tratta e facciamone quindi un esercizio democratico per tutti i generi. Per rispetto di tutte le Erinni, non solo della mia, ma anche per non dimenticare i padri, gli infermieri, i maestri, gli amici, i confidenti, e quante e quanti ne abbiamo imparato e ne esercitino consapevolmente l’arte.

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