Kevin Can F**c Himself

29 Settembre 2021

Kevin Can F**k Himself è una nuova serie comedy di AMC composta da 8 episodi e arrivata il 27 agosto 2021 su Amazon Prime Video. E’ una storia di amicizia, di crescita personale, di rivincita, di vendetta, che ribalta i canoni impostati da decennii di sitcom americane.

 

La creatrice, Valerie Armstrong (Lodge 49) vuole stupire con una serie, prodotta da Rashida Jones e Will McCormack, che lavora su due generi diversi: da una parte una sitcom classica e dall’altra parte una dark comedy.

 

Queste due declinazioni vengono evidenziate sia con l’uso del colore, sia con la durata degli episodi. La gradazione di colore serve a separare i due mondi della protagonista, che si alternano nella narrazione: i momenti da sitcom sono colorati e vivaci, la scena si fa invece più scura ogni volta che vira scavando nel lato dark della storia. Anche la durata degli episodi vira più sui 60 che sui 30 minuti, a testimoniare la commistione incredibile di due generi comici diversi.

 

La protagonista, Allison McRoberts (Annie Murphy – Emmy Award per Schitt’s Creek) è la tipica moglie da sitcom, remissiva, dolce e carina che lavora e poi quando torna a casa si occupa dei panni da lavare e da stirare, ma soprattutto segue il marito, Kevin (Eric Petersen), in ogni cosa perché lui è infantile, irresponsabile e pasticcione.

 

La coppia vive in una classica casetta da sitcom, circondata dai tipici vicini che si riuniscono, come sempre accade, nel soggiorno con una regia classica, in multicamera e con le risate preregistrate a cui ci ha abituato questo genere.

 

Allison in realtà si sente in prigione in questa maledetta casa, con questo stupido marito, con questi vicini che non tollera. Soprattutto non tollera sé stessa che in dieci anni di matrimonio ha vissuto una vita banale, in balia di un marito che non l’aiuta e non la sostiene.

 

Soffre in silenzio ma ad un certo punto tutto esplode, vorrebbe ucciderlo con i vetri di un bicchiere caduto e andato in frantumi, vorrebbe dirgli cosa pensa davvero di lui, vorrebbe uscire dalla porta e non tornare mai più.

 

Kevin è mediocre, indolente, falso, maschilista nella maniera più becera e pericolosa possibile perché sottile, endemica, sistemica. Al coniuge è concesso tutto, perché per un uomo sono semplicemente simpatiche debolezze di cui si può ridere. Kevin è un pingue e inetto patriarca, che trangugia cibo, che si diverte con gli amici. Nel lato sitcom ha le caratteristiche di un Homer Simpson, nel lato dark è un insopportabile sciocco verso cui non si può avere compassione.

 

Allison non ce la fa più, è stufa, stanca, in crisi perché il marito non vuole condividere nulla con lei, si sente di aver sbagliato tutto e di essere incompleta. Si rende conto di ogni cosa, non può più accettare e prende coscienza di molte cose. La mogliettina, quella perfetta degli Anni ’50, non trova più spazio, e la donna nascosta dietro ad un cliché emerge, ribelle ed anche aggressiva, andando alla ricerca della droga, arrivando a meditare l’omicidio di Kevin.

 

Lo scollamento tra le due realtà che viene esemplificato dai due generi è l’elemento più interessante e affascinante della serie, ma è anche quello più particolare a cui ci si deve abituare inizialmente: si cambia repentinamente atmosfera, da quella dei siparietti di Kevin – che si trova benissimo in questo mondo colorato, schiocco, maschilista e superficiale – a quella scura, reale, cinica e pessimista in cui vive Allison. Quando si entra nella mente di Allison il tono si fa più noir, come se la donna fosse una sorta di Walter White (Breaking Bad) declinato al femminile

 

Ci si potrebbe chiedere che cosa spinga Allison a rimanere imbrigliata in quella vita, perché non prenda la porta e se ne vada.

 

Rimettersi in gioco non è facile, fa paura. L’abitudine fa pensare che quella vita sia normale, che sia la propria, fa credere che la vita senza l’altro sia perduta.

 

E’ una serie che sorprende e che stimola la riflessione raccontando molto di oggi, di noi, del quotidiano.

 

Allison ci mostra luci e ombre della vita, quanto spesso si normalizzi ciò che non si dovrebbe.

 

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