Il canone non rispettato.
Da Silvia Romano alla Ministra Terranova

29 Maggio 2020

La gioia per la liberazione di Silvia Romano è durata circa 24 ore. Pochi minuti dopo essere scesa dall’aereo che l’ha finalmente riportata a casa, infatti, è stata travolta da una valanga di parole d’odio e di disprezzo. Confesso che il cambiamento repentino – da giubilo a offesa e soprattutto la violenza verbale che l’ha seguito – mi hanno molto colpito.  Ho continuato a pensarci per giorni e sempre con grande sgomento e rabbia. Perché, perché continuavo a domandarmi. Ma davvero una conversione, libera o coatta che sia, può provocare una tale violenza? Davvero l’aver indossato una veste che le copriva il capo e andava giù fino alle gambe, un abito non Occidentale, ha permesso a moltissimi di scagliarsi contro di lei, arrivando persino a pensare che sarebbe stato meglio lasciarla dove stava? Mi sono posta questi interrogativi per diverso tempo e continuo anche ora che sto scrivendo questo pezzo. Se mi sono data una risposta? Diverse sì, ma una ha preso il sopravvento e non mi ha mai lasciato. Sono convinta che il peccato di Silvia non sia né la conversione né l’abito ma il fatto di non essersi presentata come vittima. Silvia, ancora prima di salire su quell’aereo ha affermato di essere stata forte e a Fiumicino è arrivata sfoggiando un sorriso. Probabilmente alcuni si aspettavano di vedere una donna provata, allo stremo, con le lacrime agli occhi. Credo che in sintesi alcuni, ma forse dovrei dire molti, si aspettavano una vittima ma è arrivata una leonessa. Ovviamente Silvia è una vittima e nessuno può osare mettere in dubbio il dolore, la paura, il dramma della sua esperienza ma, avendo scelto di non esternarlo al suo arrivo, Silvia ha infranto il tabù più grande. Non ha rispettato l’archetipo della donna rapita, non era come la società la voleva, ha disatteso le aspettative che, ancora oggi, ricadono drammaticamente sull’immagine delle donne. Silvia non ha soddisfatto il modello. E, a ben guardare, anche se in ambiti e situazioni diverse, la stessa dinamica è toccata giorni prima alla giornalista Giovanna Botteri, rea di non incarnare il modello estetico della giornalista perfetta: i suoi capelli e il suo abbigliamento non erano consoni alla sua professione. E che importa se si tratta di una delle migliori e più puntuali giornaliste italiane! Più recentemente, anche la ministra Teresa Bellanova è stata offesa e dileggiata per aver pianto annunciando la regolarizzazione di immigrati che già lavoravano, sfruttati, nel nostro Paese. Quando afferma che gli “invisibili non saranno più invisibili” e si commuove – dimostrando passione politica, profondo senso civico e desiderio di giustizia – ecco che la violenza verbale sul suo operato e sulla sua persona invadono la rete. D’altronde era già successo all’inizio del suo mandato, quando qualcuno aveva deciso che le sue misure imperfette e i colori delle sue camicette non erano congrui. Rispetto a cosa? Chi decide cosa è congruo o meno? Sempre quel canone che ahimè ancora oggi vuole le donne belle, con le forme al punto giusto e i capelli lucenti, madri e mogli perfette, lavoratrici sì ma non in carriera perché poi chi si occupa della famiglia e dei parenti malati o anziani? E coloro che non rientrano in questo canone possono doverosamente essere offese e vilipese perché hanno la “colpa” di non essersi adeguate. Aggiungo che peraltro i cosiddetti haters si nascondono dietro a un nickname e il tutto diventa ancora più vile e difficile da sradicare.  I social media, straordinari ed efficientissimi strumenti di comunicazione del nuovo secolo, rappresentano contemporaneamente il nuovo e il vecchio e, spesso, ci restituiscono un’immagine assai triste della società contemporanea. Ovviamente non si tratta dello strumento in sé ma dell’uso errato che ne viene fatto. Le riflessioni su questi temi hanno riempito molta parte dei miei pensieri nella fase del lockdown. Le donne italiane, che pure sono il welfare di questo Paese e che portano sulle spalle enormi pesi e responsabilità ancora oggi devono combattere contro una società che le vuole in un certo modo. Nessuna riconoscenza. Nessun riconoscimento. Per natura e per forma mentis però, penso sempre che le soluzioni ci sono e che, a volte, sono sotto i nostri occhi. Le associate di Women in Film, Television & Media Italia e tutte le donne che lavorano nel mondo dei media e dell’entertainment hanno la possibilità di guidare il cambiamento attraverso la creazione di un nuovo storytelling e soprattutto di nuovi modelli. Autrici, sceneggiatrici, registe possono proporre e creare nuovi personaggi femminili più veri e vicini alla realtà (non siamo più solo suore, madri, insegnanti, segretarie) e tutte le altre professioniste che lavorano nei media hanno la possibilità di promuovere queste nuove figure femminili: ci vorrà tempo, fatica e pazienza certo ma sono convinta che ci siano reali possibilità di riuscita. Solo un secolo fa il divorzio e l’aborto erano miraggi per non parlare delle unioni civili, dei matrimoni gay ecc… Creare non uno ma tanti modelli di donne è una delle numerose sfide che ci aspettano nel breve e medio futuro. Perché la parità di genere è anche il poter affermare che non esiste una donna ma molte e tutte diverse e con il diritto di apparire, fare, dire ciò che vogliono senza timore di essere umiliate e offese per non aver rispettato un canone che non hanno contribuito a creare e che non le rappresenta più. O che se le rappresenta sarà per una loro libera scelta.

 

Karen Hassan

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