Viaggio nella leadership:
questione di potere o potenza?

28 Aprile 2021

di Donatella Colantoni

 

Da qualche anno la diversità è al centro del dibattito: tutti la vogliono, pochi la praticano.

Da qui la scelta di fare network tra noi donne, alzare questa palla e giocarla, finalmente, veramente.

 

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di fare un corso in Bocconi sulla leadership al femminile, e come tutte le cose belle che mi capitano, credo che diventino utili solo se condivise.

 

Ne è nata l’idea di condividere con chi mi legge alcune delle cose imparate dal corso – ma soprattutto dalla vita – su cosa serve per essere leader.

 

Premetto che, per noi “ragazze” questo non è uno di quei viaggi facili, gli ostacoli, esterni, ma anche interiori, sono diversi, serve prendere l’essenziale, pulire le lenti degli occhiali, spogliarsi di preconcetti, raccogliere tutta la tenacia che abbiamo, una pala per scavare in profondità e.. partire.

Voglio dedicare la prima puntata di questo viaggio ad una riflessione: la leadership è una questione di potere o potenza?

 

Potere e leadership sono due aspetti legati in modo indissolubile, la parola “potere” nasce dal latino “possum” che significa “essere capace, avere la possibilità di.., valere”. Il potere è la possibilità che ci rende capaci di agire e raggiungere degli obiettivi, per noi e per gli altri. Grazie al potere possiamo trasformare una situazione, influenzare relazioni, situazioni e opinioni.

 

Una posizione di potere può essere agita in molti modi: è possibile sfruttare il potere per trarne vantaggi personali (da cui deriva l’associazione con concetti di imposizione e coercizione) o utilizzarlo a vantaggio delle persone a cui si rivolge. Il modo di interpretare il potere riguarda quindi due fattori il primo è quello dei valori di chi lo esprime, il secondo è il livello di interiorizzazione dell’identità di leadership. Solo attraverso una relazione “sana” con il potere la persona è in grado di usarlo a favore di uno scopo collettivo e non in modo coercitivo.

 

Per capire meglio questa relazione è utile distinguere due sfere di potere: il primo, è il potere “formale”, o gerarchico, coincide con il ruolo ricoperto in un’organizzazione e porta con sé una serie di risorse (umane, economiche, materiali ecc) utili ad agire per raggiungere obiettivi. Si tratta di un potere concreto, che consente di modificare il contesto di riferimento.

 

Il secondo è il potere “personale” cioè la capacità di generare “influenza” indipendentemente dal ruolo. Questo è il frutto di una relazione profonda e dialettica con sé stessi, dell’esperienza accumulata e integrata con la propria identità, delle competenze apprese, aggiornate e disponibili a dialogare con la realtà. In sintesi la possibilità di esprimere sé stessi nelle relazioni sociali, in modo autentico perché corrispondente alla propria natura.

 

La relazione con il potere personale è la base per poter esprimere un “potere potente”, cioè autentico. Senza questa dimensione il potere risulta una finzione, il ruolo diventa necessario per sostenere la persona la quale tenderà ad identificarsi con il suo stesso ruolo. Il potere personale invece ci permette di vivere i ruoli come “transitori”, necessari a poter decidere in un contesto, ma non necessari rispetto ad una realizzazione personale.

 

Grazie al contatto con il nostro “poter essere”, il potere formale viene usato per raggiungere scopi collettivi e condivisi. Il “poter essere”, anche senza una base di autorità, attrae gli altri intorno alla visione e al carisma del leader, questo potere è quello che può generare cambiamenti sociali e politici, si pensi alle rivoluzioni silenziose.

 

Chiudo così questa prima tappa del viaggio. Lasciandovi un tema di riflessione e analisi. Quanto siamo connesse con la nostra dimensione più profonda di potere? Quale tipo di potere agiamo?

 

Nella seconda tappa del nostro viaggio parleremo di ostacoli e facilitatori di questo percorso, che come dicevamo è interiore, prima di tutto. Buona riflessione!

 

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