Pandemia e società: il grido forte delle donne

29 Maggio 2020

Dai primi giorni del mese di aprile 2020, in piena pandemia, sono risuonate più voci di donne da diverse sfere professionali e sociali, tutte con la stessa richiesta: essere viste, essere ascoltate e poter rappresentare se stesse e non solo nella fase di ricostruzione del paese. Tutte gridano forte che una giusta progettazione della società può avvenire solo con un’adeguata presenza di donne che rappresentano la metà della popolazione italiana, la maggioranza della forza lavoro in certi settori e in famiglia, un’alta percentuale di competenze di primissimo livello.

“Le competenze non hanno genere”. Con questo semplice slogan, il movimento #Datecivoce, promosso da Silena d’Angeli presidentessa dell’Associazione antiviolenza Angelita, ha gridato una verità che sembra lapalissiana eppure da sempre stenta a essere ascoltata. #Datecivoce, “un gruppo di donne della società civile” [link 1]  il 12 aprile 2020 pubblica sul blog “La 27 Ora” de Il Corriere della Sera, una lettera al Presidente Conte e Vittorio Colao in risposta alla presenza di solo 4 donne su 17 nominati per commissione di ricostruzione del paese post pandemia. Nella lettera il movimento chiede di inserirvi un adeguato numero di donne capaci, che rispecchi il patrimonio di competenze femminili e una giusta “rappresentazione della nostra Italia”. Chiede di dare ascolto alla voce delle donne “che nella crisi hanno lottato, sopportato, subito, sperato e disperato (…) insieme agli uomini, e forse, in alcune dimensioni, anche più degli uomini.” [link 2]

Va ascoltata attentamente questa voce collettiva, ora che si è imparato quanto i problemi socio-sanitari siano connessi all’economia di un paese, ora che il concetto di “cura” è uscito dalle case per espandersi nelle varie sfere della società, ora che si sente la necessità di rivedere dei vecchi meccanismi di riferimento e adottare uno sguardo nuovo.

Gridano forte anche le scienziate italiane in un appello firmato da accademiche e ricercatrici di livello internazionale in un appello pubblicato il 30 aprile 2020 su Il Corriere della Sera: il 56% dei medici iscritti all’albo e sono donne, quasi il doppio degli uomini tra i medici con meno di 40 anni, ed è donna anche il 77% degli infermieri. Risulta evidente quindi che è donna la maggioranza delle professionalità in prima linea di questa pandemia. L’accusa è dura: l’applicazione del criterio di merito nella selezione di competenze e qualità “avrebbe certamente portato alla selezione di un adeguato numero di donne all’interno delle varie commissioni, di cui sicuramente avrebbe beneficiato la gestione dell’Emergenza Covid-19.” [link 3]

E’ chiaro come questa denuncia vada ben oltre il campo scientifico e soprattutto del periodo di emergenza Covid-19.

Come scrive Irma Conti su Alley Oop de Il Sole 24 Ore, questi dati “hanno una rilevanza sulla politica economica e sociale portata avanti nel Paese.”[link 4]

Un paese come il nostro, che fa ripartire le attività e non le scuole, dà per scontato che qualcuno rimanga a casa, e che questo qualcuno, non casualmente, siano le donne. Il 4 maggio la rivista “Gli Asini” pubblica il manifesto prodotto dalla Rete Scuola e bambini nell’emergenza Covid-19, una realtà formata da genitori, docenti e educatori sul tema dei diritti e della condizione dei minori: “il costo sociale del “restare a casa” con i figli non può essere scaricato, come al solito, sulle spalle delle madri, messe di fronte al ricatto irricevibile di rinunciare al proprio lavoro o mettere a rischio la salute dei nonni (quando ci sono)” [link 5]

Ora è iniziata la “Fase 2” e dalla task force che ne ha curato l’organizzazione ci si aspettava uno sguardo rivolto anche a tali criticità. Ma, come spiega su Huffpost Loredana Taddei, cofondatrice del movimento Se non ora quando, “Con la fase due siamo usciti dal lockdown ed entrati negli anni ’50. A tornare al lavoro sono stati per il 72,4 per cento uomini, mentre la maggioranza delle donne sono restate a casa con i figli che non saprebbero a chi lasciare con le scuole e gli asili sospesi e i nonni da tutelare.” [link 6]

Il problema quindi rischia di estendersi dal presente al futuro, considerando, prosegue Loredana Taddei, “che la normalità alla quale ci auguriamo tutti di tornare il più presto possibile, per le donne era già anormale” poiché “normale” veniva considerato “l’enorme squilibrio di genere in Italia, dove lavora una donna su due con una forte disparità salariale tra uomini e donne(…)”

Quella che sembra una volontaria miopia rischia quindi non solo di perdere l’opportunità di “sradicare i vecchi meccanismi”, come grida #Datecivoce, ma addirittura di peggiorare la condizione femminile dopo la ripresa post Covid-19, facendo tornare la donna “tra mansioni domestiche non retribuite e difficoltà di accesso all’occupazione, spesso in settori meno retribuiti, in palese contraddizione con la maggiore presenza di donne tra le professioni fondamentali come medici e infermieri, che affrontano l’emergenza sanitaria, oltre a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura.” [link 7]

Lo stesso urlo ovunque. Anche nel cinema, come sappiamo. Perché questo asserisce Cristina Comencini su La Stampa del 5 maggio 2020, riflettendo su come l’aumento della presenza delle donne in tutti le aree artistiche, non solo quella del cinema, non possa avvenire senza un intervento anche al livello istituzionale. Tale lavoro va fatto perché “…non ci possono essere luoghi in cui le donne siano del tutto assenti..” e non è più accettabile “..ripararsi dietro la giustificazione del ‘non c’era scelta’.”

Non si vuole ignorare l’intervento di Elena Bonetti, Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, che ha promosso la task force “Donne per un Nuovo Rinascimento”. Una lodevole iniziativa, ma a doppio taglio. Una task force di donne per le donne non solo non bilancia l’assenza di competenze e cariche femminili nelle altre alte sfere decisionali, ma rischia di diventare strumento di assoluzione per quell’assenza.

In molti paesi l’attenzione ad una rappresentanza democratica di genere è ormai automatica. Ancora più evidente risulta quindi la nostra maggioranza maschile ai vertici, sanitari e non, soprattutto quando nell’universo internazionale troviamo l’appello di Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, nonché di importanti Agenzie quali l’UNWOMEN e l’UNFRA (United Nations Fund for Population Activities) che raccomandano ai governi di tenere in forte considerazione l’uguaglianza di genere e di prestare attenzione, nello stabilire gli strumenti da adottare, alle vulnerabilità di donne e ragazze, ancor più esacerbata dalla crisi in atto.

Il periodo di pandemia ha portato a considerazioni, sia collettive che intime, sulle inattese opportunità di cambiamenti positivi in diverse sfere, sociali e professionali. Basterebbe partire dalla semplice osservazione di come abbiamo tutti risposto alla situazione di emergenza per capire che non possiamo più permetterci di seppellire nel silenzio le capacità e le competenze delle donne, lasciandole da parte.

La politica di genere non può e non deve rappresentare il “fanalino di coda” nelle scelte condotte al livello governativo, come sostiene ancora Irma Conti. Al contrario deve costituire una forza trainante in tutti le sfere d’intervento istituzionali: dai diversi comitati e task force, a quello delle politiche economiche fino al settore del lavoro e dei suoi strumenti di tutela, da applicare “in modo paritario tra uomini e donne.” [link8]

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