Lo Stereotipo del Mese
Arte & Terapia

23 Dicembre 2021

di Astrid de Berardinis

 

Dicembre è un mese che amo particolarmente. È con il solstizio d’inverno e con le feste natalizie che per me si rinnova, proprio come nel ciclo della stagione, il mistero del buio e della luce.

 

È il buio che consente ad una prima luce e poi ad altre di accendersi e di crescere di nuovo. È il buio che consente allo sguardo di riposare, ma anche di rivolgersi all’interno. È il tempo del sogno, e di un riposo che consentirà creazione.

 

In questo tempo vi scrivo, a chiusura di un ciclo dedicato a giocare con gli stereotipi qui in newsletter. La resa di alcuni articoli è stata più felice, di altri meno, ma abbiamo viaggiato. E abbiamo provato a cambiare sguardo, a spostare la prospettiva, ad accettare l’ambiguità e la molteplicità che ci abita.

 

Qualche anno fa durante una trasferta ad Amsterdam visitai il Rijksmusem e trovai lì una mostra che si intitolava Art is Therapy, curata da Alain de Botton. Si trattava in effetti di un “percorso nel percorso” museale in cui il curatore aveva inserito delle note per incoraggiare il visitatore a chiedersi se e come quell’opera in particolare potesse riguardarlo. Mi colpì molto questo invito.  In che modo l’arte ci parla e in che modo diventa “terapeutica”? Perché quello che vediamo risuona o non risuona in noi, perché ci attrae o ci repelle?  Per de Botton, filosofo e divulgatore, l’arte è terapeutica perché offrirebbe risposte laiche ai grandi temi universali di vita e morte. Sarebbe, per citare un suo libro, una “religione per atei” un ritorno umanistico alla ricerca dell’umano nel sublime e del sublime nell’umano.

 

Sono passati alcuni anni da quella visita e io non mi sono fermata alla spiegazione filosofica di De Botton. Sono oggi in formazione come arte terapeuta e con una impostazione in cui pensiero e sentimento, immaginazione e percezione sono unite in una circolarità. La questione per me non poteva risolversi in una riflessione tutta mentale. In fondo, come fa un film, una serie, un documentario, uno spot pubblicitario a farci stare bene, o male, a farci ridere o piangere, a tenerci in tensione o a rilassarci a farci venire fame o ad annoiarci a morte? Le immagini e i suoni agiscono in modo molto diretto sul nostro sentire e l’esperienza estetica è un gioco di rimandi tra immaginazione e percezione. È la percezione del mondo, con tutti gli stati d’animo ed il sentire associato, ad aver costruito il nostro immaginario interiore ed è questo nostro immaginario più o meno ampio e più o meno rigido o flessibile ad organizzare costantemente il nostro modo di stare al mondo, il nostro sentire, il nostro punto di vista.

 

Quanto è importante essere consapevoli di possedere ed essere mossi da un punto di vista? 

 

E poter cambiare da una soggettiva ad un’altra? O passare ad un campo largo?  E diventare un altro personaggio? E cambiare costume? E cantare altre canzoni? O immaginare un arco narrativo diverso, rendere vivo ogni personaggio? Lo so, vi lascio con nuove domande, e non retoriche, perché anche qui, le risposte potrebbero essere numerose e non scontate.

 

Io per ora vi ringrazio per aver girovagato con me tra tante immagini e per aver provato a guardare gli stereotipi a volte da dentro a volte da fuori. Sono sicura che continueremo in altre modalità questo viaggio e che sarà libertà e crescita e valore per noi e per la nostra associazione.

 

Buone Feste!

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