Deledda-Duse: cenere e fuoco

23 Dicembre 2021

di Silvia Altea

 

Quest’anno ricorrono i 150 anni della nascita di una donna straordinaria, nuorese, insignita del premio Nobel per la letteratura nel dicembre del 1927 e tuttora l’unica donna italiana, in questa categoria, ad averlo ricevuto: Grazia Deledda.

Non tutti ne conoscono, però, l’avventura cinematografica.

 

La storia è una di quelle che hanno alimentato la fama della scrittrice sarda. L’ambiente è quello cupo e selvaggio della campagna sarda, prediletto da Grazia Deledda che se ne sente parte integrante, la vicenda al centro dell’opera ha uno svolgimento drammatico e un finale tragico. Il libro si intitola emblematicamente Cenere, pubblicato nel 1904, quando la notorietà della Deledda aveva da tempo varcato i confini nazionali.

 

Nel 1916 Eleonora Duse, considerata allora la migliore attrice di teatro della scena mondiale, si appassionò all’opera e la scelse per la sua unica prova cinematografica. Ne scrisse personalmente la sceneggiatura, affidò la regia all’amico Febo Mari, e decise di interpretare da par suo il personaggio principale, Rosalia Derios. Ne venne fuori un film muto di circa mezz’ora, dove la Duse giganteggia. La pellicola si intitola come il romanzo, Cenere.

 

Appare inevitabile che due grandi donne, arrivate alla fama contando solo sulle proprie forze, costrette a sgomitare in una società fortemente maschilista, finissero per incontrarsi. Entrambe avevano maturato una sensibilità non comune rispetto alla condizione femminile e lo hanno manifestato con tutto il clamore derivato dalla loro fama.

 

Eleonora Duse va in scena sui palcoscenici più prestigiosi del mondo il volto privo di trucco e  recitando in italiano incanta le platee di mezzo mondo. Con le sue rughe e i suoi capelli grigi Duse afferma con vigore la dignità femminile, in quei tempi calpestata e persino derisa.

 

Grazia Deledda, già scrittrice, affronta di petto una delle grandi questioni dell’epoca (i primi anni del Novecento). Nel marzo del 1909 si candida alla Camera dei Deputati nella sua Nuoro accogliendo l’appello di un gruppo di democratici che utilizzarono una curiosa deroga della legge elettorale: una donna (allora non avevano elettorato attivo né passivo) poteva tuttavia candidarsi se di fama riconosciuta. Grazia Deledda racimolò pochi voti, ma la sua scelta ebbe un’eco vastissima.

 

Nonostante l’intensa attività dei movimenti democratici, solo il 31 gennaio del 1945 con il Paese diviso ed il nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (Decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23). Il 2 giugno del 1946 ebbe luogo il primo voto nazionale in occasione del referendum per la scelta fra monarchia e repubblica.

 

Già in precedenza Grazia Deledda aveva affrontato un altro tema caro alle politiche femministe, scrivendo il racconto Dopo il divorzio sulla scia delle feroci polemiche parlamentari che portarono alle dimissioni del governo Zanardelli. Il libro fu tradotto in inglese nel 1905 e poi ripubblicato in Italia nel 1920 col titolo Naufraghi in porto.

 

Quanto la piena affermazione della dignità femminile fosse difficile da far tenere nella giusta considerazione è la sotterranea (ma non troppo) polemica che Luigi Pirandello (che anche lui sarà Nobel per la Letteratura nel 1934) mise in piedi nel 1911 col romanzo Suo marito, nel quale si racconta la storia di una donna che può affermare il suo valore letterario solo grazie all’impegno del consorte. Il riferimento, certamente poco velato, è appunto a Grazia Deledda a cui il marito – Palmiro Madesani – faceva da manager. L’editore Treves rifiutò di pubblicare il libro e lo stesso Pirandello, dopo aver cambiato il titolo in Giustino Roccella, nato Boggiolo, decise tuttavia di non darlo alle stampe.

 

Deledda e Duse, ciascuna nel proprio ambito, diedero il loro contributo per l’emancipazione e la dignità femminile non fermandosi alle apparenze, non facendosi ostacolare dai pregiudizi e perseguendo i propri obiettivi.

 

Un esempio ancora molto attuale, un tassello della nostra storia.

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